Sorry Baby, recensione del film di e con Eva Victor

Un esordio delicato e lucidissimo che racconta il trauma senza mostrarlo, affidandosi al tempo, ai silenzi e a un’amicizia che cambia forma

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Presentato al Sundance Film Festival e successivamente passato anche alla Quinzaine del Festival di Cannes, Sorry, Baby segna l’esordio al lungometraggio di Eva Victor, che firma il film come sceneggiatrice, regista e interprete. È un debutto che colpisce non per ambizione formale o urgenza tematica dichiarata, ma per il modo in cui sceglie di stare accanto ai suoi personaggi, seguendoli nel tempo senza mai forzarli a spiegarsi fino in fondo. Il film racconta alcuni anni della vita di Agnes, ma lo fa evitando l’idea di un percorso lineare: ciò che conta non è tanto ciò che accade, quanto ciò che resta sospeso.

Lo spazio che genera un trauma

In Sorry, Baby c’è qualcosa che è successo e di cui nessuno parla davvero. O meglio: se ne parla a frammenti, in modo laterale, attraverso pause, silenzi, battute che arrivano fuori tempo massimo. Agnes vive ancora nello stesso posto, lavora nello stesso ambiente, attraversa ogni giorno gli stessi corridoi universitari come se il tempo si fosse fermato lì, in attesa di qualcosa che non è mai stato del tutto affrontato. Victor costruisce il suo film proprio attorno a questa sospensione: non tanto raccontando un trauma, quanto mostrando cosa significa restare intrappolati nello spazio che lo ha generato.

La messa in scena è coerente con questa immobilità emotiva. Victor insiste su inquadrature dall’esterno, edifici ripresi da fuori, la casa di Agnes osservata come un luogo chiuso, impermeabile. Anche l’università viene mostrata più come architettura che come spazio umano, quasi a suggerire una distanza tra la protagonista e il mondo che continua a funzionare intorno a lei. È un cinema che guarda da lontano, che non invade, che non forza mai l’intimità dei personaggi. E questa scelta diventa centrale soprattutto nel modo in cui il film affronta ciò che è accaduto.

Un racconto tramite i tempi di chi ha vissuto

La decisione di non mostrare nulla, di lasciare che tutto passi esclusivamente dal racconto — o dal mancato racconto — di Agnes, è uno degli atti più forti del film. Victor affida tutto alla memoria frammentaria, alle incertezze, a ciò che Agnes ricorda e a ciò che non riesce a ricordare. Il trauma non viene spettacolarizzato, né ricostruito: resta un vuoto attorno a cui il film continua a girare, senza mai cercare di colmarlo artificialmente.

Dentro questo vuoto, il rapporto con Lydie diventa il vero asse emotivo del racconto. L’amicizia tra le due non è solo un legame affettivo, ma una condizione di sopravvivenza. Agnes non può stare senza di lei, e questa dipendenza è allo stesso tempo salvifica e fragile. Non tutti hanno qualcuno a cui poter raccontare tutto, qualcuno che sappia riconoscere lo shock senza bisogno di spiegazioni. Il film lo suggerisce con grande naturalezza, facendo dell’amicizia uno spazio di protezione ma anche di esposizione continua.

Col passare del tempo, però, anche questo equilibrio cambia. Lydie va avanti, costruisce un’altra vita, torna quando può ma le dice — senza durezza — che non può restare per sempre ferma lì. Agnes potrebbe seguirla, potrebbe cambiare città, ricominciare. Ma è evidente che c’è qualcosa che deve fare prima. Non si tratta solo di partire o restare: è il bisogno di chiudere un rapporto con quel luogo, di attraversarlo fino in fondo prima di lasciarlo andare.

Eva Victor in una scena di Sorry, Baby

Benvenuto al mondo

È in questo passaggio che Sorry, Baby introduce il tema della maternità in modo laterale, mai programmatico. Agnes non parla a un figlio che non avrà, ma a quello dell’amica. In quella scena si concentrano molte delle tensioni del film: il desiderio di protezione, il bisogno di trasmettere una parte di sé, la necessità di perdonarsi. Non è una scena risolutiva, né simbolica in senso stretto, ma un momento di apertura, fragile e necessario.

Victor riesce a interpretare un personaggio schiacciato senza renderlo mai opaco: Agnes resta ironica, intelligente, attraversata da improvvisi scarti di vitalità. Il trauma non è una presenza costante, ma intermittente: a volte ci pensi, a volte no, e poi ti senti in colpa per non pensarci. Il film restituisce questa oscillazione senza semplificazioni, accettandola come parte dell’esperienza.

Quando Sorry, Baby si chiude, lo fa scegliendo di delimitare uno spazio temporale, segnalando che qualcosa è cambiato, anche se non del tutto risolto. Un finale che non promette guarigioni, ma lascia intravedere una possibilità di movimento. Un esordio misurato e molto consapevole, che trova la sua forza nel modo in cui osserva i legami, il tempo e ciò che resta quando si smette di chiedere alle ferite di spiegarsi.

Sorry, Baby
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Sommario

Un esordio misurato e molto consapevole, che trova la sua forza nel modo in cui osserva i legami, il tempo e ciò che resta quando si smette di chiedere alle ferite di spiegarsi.

Agnese Albertini
Agnese Albertini
Nata nel 1999, Agnese Albertini è giornalista e critica cinematografica per Cinefilos.it, Best Movie e CinemaSerieTv.it. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Bologna, dal 2022 scrive articoli, news, interviste in inglese e crea contenuti per i social.

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