The Spellbound film

Ci sono poche cose pericolose come le ossessioni generate dall’amore, e proprio intorno a tale sentimento si costruisce il nuovo film del regista francese Pascal Bonitzer, dal titolo The Spellbound. Noto per aver precedentemente realizzato titoli come Encore e Piccoli tradimenti, egli si affida ora per il suo nuovo lungometraggio ad un racconto dello scrittore Henry James, intitolato The Way it Came. Nasce da qui una storia che fa del proprio mistero continuo il suo punto di forza, gettando lo spettatore nel vortice di una vicenda più complessa di quello che potrebbe sembrare. Tra inganni e piccoli ma decisivi dettagli, l’amore diventa il teatro ideale tanto per la vita quanto per la morte.

Presentato in concorso alla 30° edizione del Noir in Festival, il film ha per protagonista la disincantata Coline (Sara Giraudeau). In cerca di un’occupazione stabile, questa inizia a scrivere per una rubrica mensile intitolata “La storia del mese”. Per il suo primo articolo le viene affidato il caso di Simon (Nicolas Duvauchelle). L’uomo, che abita in una remota baita sui Pirenei, racconta infatti di aver visto il fantasma di sua madre al momento del trapasso di questa. Scettica circa la realisticità dell’evento, Coline si mette in marcia per incontrare Simon. Parlando con questi, la donna si ritrova coinvolta in un gioco di seduzione quantomai insolito, scoprendo a sue spese che i fantasmi possono essere più reali di quanto si creda.

Un noir tra amore e incanto

The Spellbound è traducibile in italiano come “Gli incantati“, e descrive perfettamente i due protagonisti della storia. Coline appare essere una donna senza grandi certezze nella vita, alla ricerca di qualcosa di vero a cui potersi aggrappare. Simon, in modo simile, sembra aver perso ogni contatto con la realtà, ritirandosi ad una vera e propria vita da eremita. Per loro sembra non poterci essere più magia, eppure, come sempre accade, questa si presenta nel momento più inaspettato. Prima di vedere ciò, però, Bonitzer sceglie di mostrarci i personaggi per come saranno alla fine del viaggio.

La scena d’apertura del film, infatti, si svolge a tre anni di distanza dagli eventi poi narrati. Ha così inizio un viaggio a ritroso, che permette tanto di confrontare il dopo con il prima, quanto di entrare nel cuore delle tematiche del film. Quella che apparentemente sembra essere una classica storia d’amore, possessione e ossessione, svela in realtà significati più nascosti e affascinanti. L’intera opera si muove infatti su un costante equilibrio tra la vita e la morte, e al centro di questi due valori si trova naturalmente l’amore.

Bonitzer si sbilancia ora verso il primo ora verso il secondo in base a chi tra Coline e Simon assume maggior rilevanza. Se la prima è alla disperata ricerca di qualcosa di vivo, altrettanto non si può dire dell’uomo. Con il progredire della storia, il confine tra vita e morte diverrà sempre più labile, lasciando ai personaggi il compito di scegliere da quale parte stare. L’amore, che può ferire o uccidere, diventa allora il pretesto per raccontare tale eterno conflitto, attraverso il quale si cerca di indagare l’animo umano e il suo rapporto con tali sentimenti.

The Spellbound recensione

The Spellbound: la recensione

Rarefatto come l’aria delle montagne dove si svolge buona parte della storia, The Spellbound ricorda per atmosfera un’opera come Personal Shopper. Anche in questa, infatti, vi è l’elemento metafisico del fantasma, e anche in questo si cercavano risposte all’elaborazione del lutto. Meno compiuto del film di Assayas, questo di Bonitzer pecca forse di uno svolgimento non sempre all’altezza del materiale di partenza. Alcuni passaggi narrativi sembrano infatti rallentati da un gioco ad inizi poco evidente, che se da un lato può stimolare la visione di alcuni spettatori, dall’altro rischia di spazientire chi è meno disposto a concedere il proprio tempo.

Se c’è un elemento di forza evidente nel film, oltre al suo mistero generale, è però senza dubbio la presenza dell’attrice protagonista. Sara Giraudeau, con i suoi grandi occhi blu, incarna perfettamente l’incanto del titolo, riuscendo infine a far sviluppare un certo trasporto nei suoi confronti. Grazie a lei, Bonitzer ha modo di condurre fino alla fine il gioco del suo film, che seppur imperfetto presenta ugualmente elementi su cui poter riflettere. Ancora una volta, a chi vorrà lasciarsi possedere, sarà possibile accedere a chiavi di lettura di non immediata comprensione.