The young and prodigious T.S. Spivet: recensione del film

T.S. Spivet ha dieci anni ed è un bambino prodigio. Grazie ai suoi esperimenti riesce a progettare una macchina per il moto continuo. Vive in un ranch nel Montana insieme a sua mamma, un’entomologa frustrata,  ossessionata dalla dimostrazione dell’esistenza di una particolare specie di coleottero, a suo padre, un burbero cowboy e sua sorella quattordicenne, il cui unico sogno è diventare Miss America. T.S. aveva un fratello gemello, Layton, scomparso tragicamente durante un esperimento scientifico ideato proprio da lui, evento che ha profondamente segnato la sua vita, facendo affiorare terribili sensi di colpa. Un giorno T.S. riceve una telefonata dall’Istituto Smithsonian che gli annuncia la vittoria di un prestigioso premio per la sua invenzione. All’insaputa di tutti, decide di partire da solo, di attraversare gli USA come un vagabondo e di andare a ritirare il suo premio.

Siamo purtroppo molto distanti dal Jean Pierre Jeunet di quel lontano, quanto grottescamente mirabolante Delicatessen del 1991, o dal visionario e decadente La città dei bambini perduti del 1995, e anche dai colorati sentimentalismi de Il favoloso mondo di Amelie del 2001. The young and prodigious T.S. Spivet è un film gradevole, spigliato e divertente, diretto con mano ferma e virtuosismi tecnici tipici di una grande coproduzione internazionale, ma rimane un film per ragazzi  che langue di quel guizzo estroso ed autoriale che ci si aspetterebbe da un creatore di mondi visionari come Jeneut. Anche la sua solita fotografia, così personale da rimanere caratterizzata anche con direttori della fotografia differenti, appare in questo film sbiadita, come se avesse perso lo smalto.

Gli stilemi registici di Jeunet ci sono tutti, dalla ripresa a piombo sul canale, ai movimenti di camera ad angolo retto, dalle sovrimpressioni, all’uso (esagerato in questo caso) della voce fuori campo, ma provengono tutti da film passati, tanto da divenire un compendio del Jeunet che fu. Si ha quasi l’impressione che il suo talento sconfinato sia stato imbrigliato e tenuto a freno da logiche produttive perverse che volevano un prodotto da franchising burtoniano.

La storia pecca inoltre di eccessiva ingenuità, il viaggio di T.S. è quasi del tutto privo di ostacoli e soprattutto di pericoli, cosa che potrebbe addirittura mettere in pericolo quel valore iniziatico e ammonitivo che un film per ragazzi dovrebbe sempre avere. Il bambino prende treni merci come un clandestino, fa l’autostop, cammina da solo per le strade d’America e incontra solamente personaggi un po’ svitati ma tranquilli e soprattutto buoni. Non si sente mai il pericolo incombente, non si sta in apprensione per un bimbo piccolo e fragile che potrebbe subire chissà quali brutte disavventure. Tutto scorre liscio, o quasi, togliendo fascino ad una storia che poteva avere enormi potenzialità. Nel cast figura Helena Bonham Carter nel ruolo della madre di T.S. e l’attore feticcio di Jeunet, Dominique Pinon, costretto in un piccolo ma gustoso cameo.