Una doppia Verità

In uscita nei cinema il prossimo 15 giugno, arriva anche in Italia Una doppia Verità, uno degli ultimi lavori di Keanu Reeves, uno degli attori hollywoodiani che più ha saputo conquistare il favore (e il cuore) del pubblico di tutto il mondo. Keanu potrebbe rappresentare di fatto l’unico reale polo di attrazione per indurre il pubblico a recarsi nelle sale per assistere ad un legal drama che più scontato non si può.

 

L’avvocato Ramsey (Keanu Reeves) deve difendere il diciassettenne Mike Lassiter (Gabriel Basso), colpevole – senza ombra di dubbio – di aver assassinato il padre (Jim Belushi). Tra gli spalti degli astanti, la madre e vedova interpretata da Renée Zellweger. Reeves dovrà arrivare ad una verità più o meno scomoda, bypassando l’aiuto del suo cliente, che non proferisce parola e sembra volersi autoaccusare.

L’intento conclamato della regista Courtney Hunt – per altro laureata in Legge – era quello di mettere in scena la forte ambiguità tipica degli avvocati difensori. Indipendentemente dalla propria colpevolezza, un imputato ha tutto il diritto di essere tutelato. In un’aula di tribunale, l’incessante ricerca della verità – che per antonomasia è suscettibile di interpretazione – può portare alla condanna o all’assoluzione dell’accusato.

«Credo ci sia una sola verità oggettiva nella storia» afferma la regista «ma ne otteniamo cinque versioni diverse». Questo perché, come ripete anche Reeves nel film, “tutti mentono alla sbarra”. I buoni propositi di regia e produzione non sono quindi mancati, ma ciò nonostante la storia pecca di eccessiva banalità. Non è solo il finale a risultare scontato, quanto tutto l’iter (giudiziario) per arrivarvi, compreso il telefonatissimo colpo di scena.

La sensazione principale è che si stia assistendo ad un episodio di serie tv che trattano temi giudiziari, come Law & Order, The Good Wife e compagni bella. E lo spettatore abituale è ormai troppo esperto in materia per apprezzare la piattezza della trama di Una Doppia Verità. Un plauso comunque va alle prove recitative di Keanu Reeves (alla faccia di chi afferma che non sa recitare), ansioso e ambiguo avvocato nonché amico di famiglia dell’imputato, e a Jim Belushi, qui nella parte del padre e marito violento, un ruolo sui generis rispetto ai suoi personaggi-standard,  goliardici e bonaccioni.

Altrettanto non può dirsi della Zellweger, irriconoscibile per fattezze fisiche e incapacità interpretativa. Per rifarsi gli occhi (e la mente) si veda il capolavoro di Billy Wilder, Testimone d’accusa.