Salve Regina in 3D di Laura Bispuri. A volte basta poco, la terza dimensione in fondo non è altro che la prospettiva e la profondità. Laura Bispuri sembra aver seguito questo pensiero mentre girava il suo cortometraggio Salve Regina, presentato al Festival di Roma nella sezione Extra, curata da Mario Sesti, poco prima della proiezione di The Woodmans, un documentario sulla super-artistica famiglia della fotografa troppo presto scomparsa, Francesca Woodman.

Come la regista precisa introducendo il corto, il 3d non è stato usato per impressionare, ma piuttosto per enfatizzare alcune inquadrature, e donare alla storia, appunto, una terza dimensione. Laura Bispuri ha vinto quest’anno il David di Donatello per il miglior cortometraggio con Passing time, che come quest’ultimo, è  stato girato in Puglia, terra molto amata dalla regista.

La storia di Salve Regina si sviluppa attorno a due corpi di fatto non usati spesso come protagonisti al cinema: un uomo costretto su di una sedia a rotelle e una donna piccola e in sovrappeso, che contro ogni aspettativa delle storie comuni, si innamorano e non si curano dei pregiudizi e degli stereotipi per portare avanti la loro storia. La stessa dimensione e densità dei corpi la percepiamo sulla scena e negli occhi, accentuata dagli occhialetti.

Laddove James Cameron usa il 3d per aumentare lo stupore e magari distogliere dalla storia del film, qua il lavoro è opposto, la terza dimensione ricreata dalla pellicola e vista attraverso gli occhialetti trascina lo spettatore esattamente al centro della storia, scardinando anche il luogo comune che vuole che solo i film d’azione o di animazione possano essere destinati al 3d. Qui la scena di maggiore azione è la sequenza della processione da cui viene il titolo del corto, e anche in questo caso la terza dimensione viene studiata per rendere al meglio, sfruttando un lungo rettilineo e la relativa prospettiva che ne consegue.

Sempre durante la presentazione del film, la regista rivela che la scelta di girare in 3d è stata proposta direttamente dalla produzione, lei ha accettato la sfida e il risultato è un corto in cui questa nuova tecnologia è usata finalmente in senso cinematografico; ogni inquadratura in cui la terza dimensione è più accentuata, ha una sua ragion d’essere e non è appoggiata solo ad usum dello stupore. A dimostrazione che dare un senso poetico a questa tecnica è possibile.