Asghar Farhadi ha trasformato la conferenza stampa del suo nuovo film a Cannes Film Festival in uno dei momenti più politici ed emotivi della manifestazione. Il regista iraniano, due volte premio Oscar, ha parlato apertamente del dolore provocato dagli eventi recenti in Iran, dichiarando di sentirsi ancora profondamente scosso dalle morti di civili, bambini e manifestanti nel contesto della guerra e delle repressioni interne al Paese. Farhadi era stato interrogato sulla libertà creativa trovata in Francia durante la realizzazione del suo nuovo film Parallel Tales (qui le nostre foto dal red carpet della premiere), ma ha scelto di spostare immediatamente il discorso sulla tragedia umana che sta vivendo il suo Paese.
Durante l’incontro con la stampa, il regista di Una Separazione e Il cliente ha dichiarato che “qualsiasi omicidio è un crimine”, sottolineando come sia impossibile separare il dolore per i manifestanti uccisi da quello per le vittime civili dei bombardamenti. Le sue parole arrivano mentre presenta Parallel Tales, film ispirato liberamente al Decalogo di Krzysztof Kieslowski, con Isabelle Huppert protagonista nei panni di una scrittrice che osserva la vita dei vicini attraverso un telescopio. Farhadi ha inoltre raccontato di aver ricevuto poco prima della première la notizia della morte di Krzysztof Piesiewicz, storico collaboratore di Kieslowski che lo aveva convinto ad adattare uno degli episodi del Decalogo.
Le dichiarazioni del regista assumono un peso ancora maggiore perché arrivano da uno degli autori iraniani più importanti e riconosciuti a livello internazionale. Da anni Farhadi costruisce il proprio cinema attorno a conflitti morali, verità frammentate e tensioni sociali che riflettono indirettamente la realtà iraniana. Ma questa volta il regista sembra aver superato il linguaggio metaforico che ha spesso caratterizzato le sue opere, scegliendo una presa di posizione molto più diretta. Non è solo una dichiarazione politica: è la conferma che il cinema iraniano contemporaneo continua a essere inevitabilmente legato alla crisi del proprio Paese.
Parallel Tales continua il cinema morale di Farhadi tra voyeurismo e tragedia collettiva
Il nuovo film presentato a Cannes sembra inserirsi perfettamente nella poetica sviluppata da Farhadi negli ultimi quindici anni. Come in Un Eroe o About Elly, anche Parallel Tales parte da un gesto apparentemente semplice — osservare la vita altrui — per trasformarlo in un’indagine sulla responsabilità morale e sull’impossibilità di restare neutrali davanti al dolore degli altri.
L’ispirazione al Decalogo di Kieslowski non appare casuale. La serie originale rifletteva sui dilemmi etici della società polacca post-comunista, mentre Farhadi sembra utilizzare lo stesso impianto per raccontare un’Europa attraversata da nuove inquietudini sociali e da una crescente distanza emotiva. Il personaggio interpretato da Isabelle Huppert potrebbe diventare così il simbolo dello spettatore contemporaneo: qualcuno che osserva tragedie, guerre e violenze da lontano senza riuscire davvero a intervenire.
Anche per questo le parole pronunciate a Cannes finiscono per dialogare direttamente con il film stesso. Farhadi non parla soltanto dell’Iran, ma della difficoltà globale di mantenere empatia in un mondo dominato da conflitti permanenti. E Parallel Tales potrebbe diventare uno dei film più politici della sua carriera proprio perché sceglie di raccontare il trauma attraverso l’intimità e l’osservazione quotidiana.
