Kurt Cobain

A ventisei anni dalla morte di Kurt Cobain, avvenuta il 5 aprile 1994 a soli 27 anni, vale la pena passare in rassegna il materiale cinematografico disponibile su questa icona del grunge, che ha segnato così profondamente una generazione, rappresentandone rabbia e inquietudine, da lasciare dietro di sé un’impronta musicale indelebile.

 

Nato ad Aberdeen il 20 febbraio del 1967 da genitori della working class, sensibile e intelligente, fin da bambino Cobain mostra un’energia e una vivacità, che cozzano tanto col suo viso da angioletto biondo dagli occhi azzurri, quanto con la sonnolenta provincia americana in cui vive. Si rivela presto difficile da gestire per i suoi, che divorziano quando ha 8 anni, evento per lui assai traumatico. Presto esprime il suo talento con la musica, imbracciando la prima chitarra a 14 anni e anche attraverso disegni e fumetti dal carattere cupo e inquietante. Una vita segnata dal dolore: dalla depressione ai disturbi gastrici, alla tossicodipendenza. A rischiararla, la musica che gli consente di dare voce a una spiccata sensibilità e alle proprie inquietudini. Il successo arriva puntuale, ma destabilizza definitivamente equilibri già precari. L’amore per la moglie Courtney Love e la figlia Frences Bean, che nasce poco prima della morte di Kurt – non basta a dargli la forza di andare avanti.

Il suo nome e quello della sua band, i Nirvana, restano però nella storia del rock. Tre album in studio composti in una manciata di anni, dal 1989 al 1993, uno dei quali, Nevermind, pieno zeppo di successi, contiene quella Smells like teen spirit che è diventato l’inno della generazione X, ricevendo innumerevoli riconoscimenti. Poi, l’MTV Unplugged registrato a New York nel 1994 in cui il frontman regala una delle ultime toccanti performance. Gli sono stati dedicati film di finzione e documentari. Alcuni ne celebrano la figura, altri avanzano dubbi e ipotesi sulla sua morte.

I dubbi sulla morte di Kurt Cobain

Due dei lavori su Cobain sono documentari che prospettano scenari alternativi o si propongono di far luce sulle circostanze della scomparsa del cantante, che la versione ufficiale vuole dovuta a un colpo di fucile auto-inflitto.

Il primo, Kurt & Courtney del 1998, è opera del regista britannico Nick Broomfield. Egli propone una serie di interviste a persone vicine a Kurt e Courtney, suffragando così la tesi che Love possa aver avuto delle responsabilità nella morte del marito. Il film dovrebbe partecipare al Sundence Festival, ma in seguito alle proteste della donna, ne è escluso. Nella colonna sonora non compaiono brani dei Nirvana. Diciassette anni dopo, vede la luce Soaked in bleach, ancora un docufilm, diretto da Benjamin Statler, che ripercorre gli ultimi giorni di vita di Cobain e il suo rapporto con la moglie attraverso una serie di interviste, materiali originali e ricostruzioni filmiche dell’accaduto. Asse portante è l’indagine condotta dall’investigatore privato Tom Grant, assunto da Courtney Love pochi giorni prima della morte di Kurt per ritrovare il marito scomparso. Si propone di fare luce sulla sua tragica fine, avvalorando l’ipotesi dell’omicidio, dietro il quale suggerisce ci possa essere proprio la vedova Cobain. In Italia il film appare con il titolo Chi ha ucciso Kurt Cobain?

Kurt Cobain secondo Gus Van Sant

Il cinema d’autore non tralascia però la figura di Cobain. È Gus Van Sant, con il suo Last Days nel 2005 a tributargli un omaggio, cercando di immaginare gli ultimi giorni del cantante, isolato nella sua villa di Seattle. Il regista inserisce il lavoro all’interno di una trilogia sul tema della morte, inquadrato in relazione alla gioventù americana, iniziata con Gerry e proseguita con Elephant – lungometraggio sul massacro alla Columbine High School, Palma d’Oro al Festival di Cannes. Last Days offre spunti interessanti per riflettere proprio sul concetto di isolamento. Apprezzabile e rigoroso il lavoro di un Michael Pitt sempre scapigliato e poco visibile in volto, ma sorprendentemente credibile, cui è affidato il delicato compito di impersonare Cobain. Nuovamente assente la musica dei Nirvana. 

Kurt Cobain raccontato da Kurt Cobain

Infine, ecco i lavori che forse riescono meglio a restituire la figura del leader dei Nirvana e che mettono lo spettatore maggiormente in contatto con la sua sensibilità e il suo mondo emotivo. Kurt Cobain: About a Son è un documentario del 2006 di A. J. Schnack, che pone al centro una serie di interviste rilasciate dal frontman dei Nirvana tra il ’92 e il ’93, invitando lo spettatore a concentrarsi sul suo pensiero. Il film rinuncia al compiacimento della presenza visiva del cantante e a quello sonoro della musica del gruppo. L’idea e la realizzazione sono interessanti. Accompagnano la voce di Kurt immagini ispirate alle sue parole. Lavoro riuscito ed emotivamente coinvolgente, proprio nella misura in  cui è Cobain a parlare di sé.

Cobain - Montage of HeckAnche il regista Brett Morgen con il suo Cobain – Montage of Heck (recensione) nel 2015 fa parlare di sé il cantante e consente di ascoltare i suoi familiari per ricostruire attraverso materiale eterogeneo e in gran parte inedito la vicenda umana, ancor prima che artistica, del frontman dei Nirvana. Un lavoro spesso toccante, che merita la visione.  Il cinema non si è lasciato, dunque, sfuggire Kurt Cobain che, suo malgrado, risponde fin troppo al cliché della rock star bella e maledetta, ma che soprattutto ha saputo incarnare la fame di vita, la rabbia e il disorientamento di intere generazioni.