The Blair Witch Project

The Blair Witch project è il film cult del 1999 diretto e scritto da Daniel Myrick & Eduardo Sanchez.

 
  • Anno: 1999
  • Nazionalità: U.S.A
  • Regia – Sceneggiatura – Montaggio: Daniel Myrick & Eduardo Sanchez
  • Fotografia: Neal Fredericks
  • Durata: 87′

La giovane e determinata Heather ha convinto Mike e Josh a realizzare un documentario sulle vicende legate alla strega di Blair. I ragazzi dopo aver raccolto le interviste dei paesani ( leggende e cruenti fatti di cronaca aleggiano intorno al mistero di questa strega ) si inoltrano nel bosco in cerca delle tracce di questa presenza. Finiranno col perdersi, braccati da un’entità che li terrorizza ogni notte.

The Blair Witch projectThe Blair Witch project è un horror, diventato un cult per la sue singolarità narrative (se non altro quando uscì) : si finge il ritrovamento dei filmati e delle registrazioni audio fatte dai tre protagonisti (di cui sono stati ritrovati i cadaveri). E’ una scritta all’inizio del film a dirci che quello che si sta vedendo è una ricostruzione realizzata usando filmati “reali” (è su questa fittizia realtà documentaristica che fa leva l’intero film).

The Blair Witch Project può essere indicato come il capostipite di un particolare genere di horror: riprese in stile amatoriale, apparente assenza di una cura nella messa in scena o nella post produzione ma soprattutto… un lancio pubblicitario attraverso le vie più insolite ed efficaci che la strategia della comunicazione di massa è in grado di elaborare. Questo genere di film sembra iniziare fuori dalla sala cinematografica perché quando lo spettatore entra, lo fa spinto da una campagna pubblicitaria iniziata magari sei mesi prima attraverso strategie di complessi “depistaggi mirati” (come nel caso Cloverfield e, in un certo senso, di Paranormal Activity).

The Blair Witch Project ha il merito ( o la colpa ) di aver inventato questa strategia: volantini e siti internet, prima dell’uscita del film, spacciavano per vera la scomparsa di tre ragazzi, il ritrovamento delle cassette e la loro proiezione nei cinema. Altro merito ( o colpa ) di The Blair Witch Project  è quello di  aver fatto sconfinare l’abusata forma da reportage anche nell’horror. Il film, in ogni caso, è solo apparentemente “ingenuo”.

Le inquadrature fortemente fuori asse e i soggetti decentrati (che dovrebbero giustificarsi con l’inesperienza dei tre filmakers) coincidono con una volontà “espressionistica” degli autori. La recitazione dei protagonisti risulta abbastanza credibile. Parte della tensione si fonda sul loro lasciarsi dominare dalla paura e dalla rabbia (con modalità non lineari e coerenti, ma funzionali alla narrazione ellittica del film). La scelta di raccontare tutto con la cinepresa 16mm e la handycam è funzionale ad un montaggio non casuale (lo si nota soprattutto nella scena finale): passare dalle immagini a colori della handycam a quelle in bianco e nero della 16mm porta a marcare l’identificazione dell’occhio dello spettatore con quello dei vari personaggi che riprendono.

In alcuni casi riesce anche a creare effetti drammatici interessati (considerato l’intento, apparentemente assurdo, di suscitare paura praticamente dal niente). All’interno del film si allude spesso, all’aspetto metacinematografico: gli occhi dei protagonisti che vivono le vicende sono raddoppiati dai loro obbiettivi attraverso i quali vedono (e noi stessi vediamo) le vicende. Parlare di “visione” risulta un paradosso per questo horror dove i principali momenti di tensione sono affidati a inquadrature sgranate (o  totalmente in nero) e al fuori campo.

Del resto i 140 milioni di dollari di incasso negli USA e gli 8 milioni di Euro in Italia, a fronte dei 35.000 dollari spesi per 87 minuti di film (con tanto di finale approssimativo e affrettato che delude buona parte del pubblico) non passano solo attraverso la dialettica di “campo” e “fuori campo” ma anche attraverso un altro genere di “campo”: la strategia pubblicitaria. Insomma: un horror low budget con pregi e difetti e, ad accompagnarlo, un’ “alone da fenomeno mediatico anni ’90”.