A Knight of the Seven Kingdoms, recensione: torniamo a Westeros nella terza serie basata sui romanzi di George R.R. Martin

La serie arriva in Italia il 18 gennaio con i primi due episodi e sarà visibile su HBO Max, appena sbarcato nel nostro Paese.

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Le prime due grandi trasposizioni televisive dell’universo di Cronache del ghiaccio e del fuoco hanno abituato il pubblico a conflitti titanici: guerre civili, intrighi dinastici e un destino collettivo che grava su Westeros come una condanna ineluttabile. A Knight of the Seven Kingdoms sceglie consapevolmente la strada opposta. È una serie che riduce lo sguardo, restringe il campo e abbassa la posta in gioco, concentrandosi su una manciata di giorni, un solo torneo e, soprattutto, un solo punto di vista. L’intera stagione, composta da sei episodi sotto i 45 minuti, racconta una storia compatta e quasi intima, lontana dalle mappe animate e dalle genealogie labirintiche che avevano reso necessario, in Game of Thrones, un costante lavoro di orientamento per lo spettatore.

Il segnale di questo cambio di rotta arriva immediatamente. Sparisce la celebre sigla, sostituita da una schermata minimale con il titolo, mentre la musica di Ramin Djawadi accompagna una scena volutamente anti-epica: Ser Duncan l’Alto impegnato in una necessità fisiologica. È una dichiarazione d’intenti chiara. Qui non si costruisce il mito, lo si ridimensiona. La serie non rinnega l’eredità di Game of Thrones, ma la guarda con una certa ironia, concedendosi persino incursioni musicali inaspettate, come l’uso del jazz in uno degli episodi successivi. L’irriverenza non è un vezzo stilistico: è parte integrante della sua identità.

Photograph by Steffan Hill/HBO

A Knight of the Seven Kingdoms e l’eredità di George R.R. Martin

Adattata dalle novelle “Dunk and Egg” sotto la supervisione dello showrunner Ira Parker, con George R.R. Martin coinvolto come co-creatore e produttore esecutivo, A Knight of the Seven Kingdoms si inserisce nel filone delle opere che esplorano gli spazi bui della Storia, più che i suoi momenti plateali ed epici. Ambientata circa 90 anni prima degli eventi di Game of Thrones, la serie racconta un Westeros in una fase di relativa stabilità politica. Non è un’epoca idilliaca — il sangue non smette mai di scorrere del tutto — ma è sufficientemente lontana dal collasso da permettere uno sguardo sul funzionamento quotidiano del regno.

In questo senso, si può azzardare un paragone con Andor. Come la serie ambientata nell’universo di Star Wars, anche A Knight of the Seven Kingdoms privilegia personaggi marginali, luoghi secondari e dinamiche sociali che solitamente restano sullo sfondo delle grandi narrazioni. Il risultato è un racconto che arricchisce la mitologia di Martin senza appesantirla, offrendo ai fan uno sguardo laterale ma significativo su Westeros.

Ser Duncan l’Alto: un cavaliere senza leggenda

Il cuore della serie è Ser Duncan l’Alto, interpretato da Peter Claffey. “Dunk” è un cavaliere errante nel senso più letterale e meno romantico del termine: privo di titoli, terre o reale prestigio, erede di una fama costruita più sulle omissioni che sui fatti dal suo mentore, Ser Arlan di Pennytree. La morte di Arlan lascia Dunk solo con una spada, qualche cavallo e un’idea molto chiara — e forse ingenua — di cosa significhi essere un “vero cavaliere”.

Photograph by Steffan Hill/HBO

Il suo obiettivo non è il potere, ma il rispetto. Per ottenerlo decide di partecipare a un torneo ad Ashford, nella fertile regione del Reach, dove incontra Egg, un giovane stalliere dalla lingua affilata e dal passato misterioso. Il contrasto fisico e caratteriale tra i due è uno dei motori narrativi più efficaci della serie. Claffey dona a Dunk una sincerità disarmante, mentre Dexter Sol Ansell costruisce un Egg cinico e brillante, perfetto contraltare all’idealismo del protagonista.

Dunk ricorda in maniera inaspettata il personaggio di Sansa Stark: entrambi cresciuti nutrendosi di ideali cavallereschi e “canzoni”, entrambi costretti a confrontarsi con una realtà molto meno nobile. I flashback su Ser Arlan smontano progressivamente l’immagine del cavaliere irreprensibile, mettendo Dunk di fronte alla fragilità delle sue certezze morali. L’alchimia trai due è perfetta, e l’eco di Lone Wolf and Cub di Kazuo Koike si fa sentire forte e chiaro. Proprio come accaduto di recente sul piccolo schermo in The Mandalorian o in The Last of Us, anche A Knight of the Seven Kingdoms ripropone la dinamica che lega due personaggi con una grande differenza di età, un protetto e un protettore, un cucciolo e un predatore, la cui relazione in questo caso specifico si sdrammatizza e si modernizza per venire in contro alla natura dei personaggi.

Tono, temi e continuità con Game of Thrones

Nonostante il tono più leggero e la scala ridotta, A Knight of the Seven Kingdoms resta profondamente martiniana. La tensione tra ideale e realtà, tra mito e natura umana, è lo stesso terreno su cui prosperava Game of Thrones. Cambiano le dimensioni del conflitto, non la visione del mondo. Anche quando la stagione culmina in una danza collettiva anziché in una battaglia campale, la serie non perde quella lucidità disincantata che rifiuta facili consolazioni.

Dal punto di vista produttivo, il livello resta alto ma si adegua all’ambizione della serie e sembra guardare molto più vicino rispetto a House of the Dragon o allo stesso Game of Thrones. I registi Owen Harris e Sarah Adina Smith mantengono un realismo sporco e credibile: costumi logori, comparse numerose, ambientazioni vissute. Westeros appare meno monumentale, ma più tangibile. È un mondo in cui gli eroi esistono ancora, ma devono guadagnarsi ogni centimetro del loro percorso, senza scorciatoie narrative.

Photograph by Steffan Hill/HBO

Una storia piccola, negli interstizi della Storia

Vista nel suo insieme, A Knight of the Seven Kingdoms è un esempio intelligente di gestione di una proprietà narrativa complessa. Offre ai fan un’espansione coerente dell’universo di Martin e, allo stesso tempo, una serialità più regolare e sostenibile. Ma al di là delle logiche industriali, ciò che resta è l’efficacia del racconto.

Quando Dunk ed Egg cavalcano insieme verso il loro futuro, la serie chiarisce la propria ambizione: non raccontare il destino del mondo, ma quello di due persone. È una storia deliberatamente “piccola”, e proprio per questo preziosa. In un universo spesso dominato da troni, draghi e apocalissi, A Knight of the Seven Kingdoms ricorda che anche il desiderio di essere rispettati e riconosciuti per quello che si è davvero (al di là del nome che si porta) può essere una battaglia degna di essere raccontata.

A Knight of the Seven Kingdoms
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Sommario

La serie ha l’ambizione di raccontare non il destino del mondo, ma quello di due persone. È una storia deliberatamente “piccola”, e proprio per questo preziosa.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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