The Punisher: One Last Kill recensione, Jon Bernthal mostra un Frank Castle più umano e brutale che mai

Lo Special Presentation Disney+ rilancia il Punitore con violenza, dolore e un nuovo futuro nel Marvel Cinematic Universe. Disponibile in piattaforma.

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Dopo anni di assenza e una lunga fase di incertezza sul destino dei personaggi Marvel nati su Netflix, The Punisher: One Last Kill arriva finalmente a chiarire una cosa fondamentale: Jon Bernthal è ancora Frank Castle. E probabilmente nessuno, nel panorama supereroistico contemporaneo, riesce a incarnare un antieroe tormentato con la stessa intensità fisica ed emotiva.

Ritrovato dopo gli eventi di Daredevil: Rinascita, Frank torna in scena più spezzato che mai, e il mediometraggio (48 minuti) utilizza questa fragilità come punto di partenza per raccontare qualcosa di diverso rispetto alle precedenti incarnazioni del personaggio. Ci sono tutta la violenza e la vendetta che ci si può aspettare da uno come Frank, eppure One Last Kill funziona soprattutto quando rallenta e mostra il peso psicologico di una guerra che il protagonista combatte da anni contro sé stesso.

Jon Bernthal continua a essere perfetto come Frank Castle

Il Frank Castle di Jon Bernthal è sempre una macchina di morte, eppure nei momenti più violenti, l’attore riesce a lasciar intravedere il dolore cronico che definisce il personaggio. È un uomo devastato, consumato dal trauma e incapace di trovare davvero pace.

La cosa più interessante di One Last Kill è proprio il modo in cui prova a spingere Frank verso qualcosa di nuovo. Per la prima volta lo vediamo tentare, almeno in parte, di immaginare una vita diversa. Una possibilità di normalità che però sembra continuamente destinata a crollare sotto il peso del passato.

Jon Bernthal lavora tantissimo sui silenzi, sugli sguardi svuotati, sulla tensione costante che Frank porta nel corpo. Anche quando il personaggio non parla, comunica sempre qualcosa. Ed è questo che continua a renderlo uno dei protagonisti più umani e tragici dell’intero MCU.

The Punisher: One Last KillUno special più cupo e personale del previsto

Marvel Studios utilizza il formato Special Presentation in modo intelligente. The Punisher: One Last Kill ha il tono di una storia intima, quasi disperata, che mette Frank davanti ai suoi limiti emotivi. E quando la Marvel svuota di grandiosità eroica i suoi personaggi, spesso realizza i suoi prodotti migliori.

Il film tocca temi pesanti, inclusa la depressione e il desiderio di porre fine alla propria sofferenza. Sono momenti che colpiscono soprattutto chi segue questa versione del personaggio dai tempi di Daredevil su Netflix, perché mostrano un Frank Castle arrivato davvero al punto più basso della sua esistenza.

Il lavoro di regia di Reinaldo Marcus Green sorprende proprio in questo senso. Le scene più forti non sono necessariamente quelle d’azione, ma quelle in cui Frank resta da solo con i propri fantasmi.

Naturalmente il passato torna a bussare alla porta, e il film introduce una minaccia perfetta come Ma Gnucci, interpretata da una glaciale Judith Light. Il personaggio aggiunge caos e brutalità alla storia, ma senza trasformarla in un semplice pretesto per accumulare violenza.

Violenza, MCU e identità: Marvel trova il giusto equilibrio

E niente paura di vedere una versione edulcorata o ammorbidita del Frank dei fumetti. One Last Kill resta brutale, sporco e molto più vicino allo spirito delle serie Netflix che ai prodotti Marvel più tradizionali. Certo, ci sono limiti evidenti rispetto al passato, ma il film riesce comunque a mantenere intatta la natura feroce del personaggio. Anzi, la cosa più intelligente è proprio il modo in cui Marvel cerca di integrare Frank nel franchise senza snaturarlo.

Il film sembra preparare un nuovo ruolo per il Punitore all’interno del MCU: non più soltanto figura isolata e marginale, ma presenza capace di muoversi tra cinema, serie TV e storie street-level con una funzione precisa. Ed è impossibile non leggere One Last Kill anche come ponte diretto verso Spider-Man: Brand New Day, dove Bernthal tornerà ufficialmente sul grande schermo.

The Punisher: One Last Kill
The Punisher: One Last Kill – Cortesia Disney+

Il cuore del film è il rapporto di Frank con sé stesso

La domanda centrale dello special è semplice: Frank Castle può davvero smettere di essere Punisher? Il film mostra chiaramente che il vero nemico di Frank non sono i criminali o i boss mafiosi, ma la sua incapacità di lasciarsi alle spalle il trauma che lo definisce. Punisher non è soltanto un’identità: è una ferita aperta che continua a sanguinare.

Ed è proprio questa consapevolezza a rendere il finale molto più interessante di quanto sembri. Perché One Last Kill non promette redenzione totale. Piuttosto suggerisce una trasformazione. Frank continuerà probabilmente a uccidere. Continuerà a sporcarsi le mani. Ma forse potrà scegliere perché farlo e fino a dove spingersi.

Uno dei migliori ritorni Marvel degli ultimi anni

The Punisher: One Last Kill funziona perché abbraccia al 100% la sua natura: un racconto duro, emotivo e sorprendentemente intimo su un uomo che non riesce a smettere di combattere. Bernthal resta il cuore pulsante del personaggio, e lo special dimostra quanto il MCU abbia ancora bisogno di figure imperfette, sporche e moralmente ambigue. E soprattutto lascia una sensazione precisa: quella di voler vedere Frank Castle tornare ancora. Magari più ferito, più stanco e più pericoloso che mai.

The Punisher: One Last Kill
3.5

Riassunto

The Punisher: One Last Kill funziona perché abbraccia al 100% la sua natura: un racconto duro, emotivo e sorprendentemente intimo su un uomo che non riesce a smettere di combattere.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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