Almost Human 1×13 recensione dell’episodio con Karl Urban

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    L’ultima puntata di Almost Human inizia con uno scorcio sulla società del 2048. In un rifugio per senzatetto i posti letto sono esauriti: chi non ha trovato un posto dove passare la notte non resta che racimolare una pillola di vitamine e affrontare la strada. È quello che si accinge a fare una ragazza, quando un gentile sconosciuto sembra offrirle una soluzione migliore. Nel frattempo è arrivato il momento della revisione di Dorian (Michael Ealy): una commissione interroga tutti i membri del dipartimento con cui ha lavorato. A parte l’incontro con Rudy (Mackenzie Crook), costellato di gaffes, gli altri si svolgono senza problemi, ma l’attesa del responso passa in secondo piano quando viene scoperto un cadavere vicino alla Barriera. Il corpo della vittima è stato svuotato di tutti gli organi interni, rimossi chirurgicamente, e riempito con della paglia. John non ha dubbi: si tratta dell’opera di un copycat, un imitatore del serial killer chiamato Straw Man, ormai da un decennio dietro le sbarre. L’ultimo uomo arrestato da suo padre, il detective Edward Kennex, prima di morire.
    La serie sceglie di mettere in scena un rapimento ispirato al celebre psico-killer, Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti, per poi proseguire con ritmo e tensione. I due casi, a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, si intrecciano con equilibrio, svelando una parte toccante del passato del detective Kennex. Come nella nona puntata era successo al suo collega, anche per John arriva il momento del confronto con la figura paterna, con scene e battute che permettono a Karl Urban di recitare veramente.
    La valutazione di Dorian fa da cornice alla trama, regalando un po’ di umorismo e di sentimento tra partners, pronti a sfruttare uno dei loro ultimi dialoghi in macchina per riassumere tutti i momenti imbarazzanti vissuti su quei sedili.

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    L’episodio finale di Almost Human saluta gli spettatori e rimanda tutte le questioni lasciate in sospeso alla prossima stagione. Nessun interrogativo trova risposta, nessun segreto viene portato alla luce: la trama si concentra solo sull’arco narrativo autoconclusivo, dedicato ai due protagonisti e alla celebrazione dell’amicizia poco ortodossa che li lega. Una scelta sensata, visto che il sentimento tra John e Dorian è il pilastro su cui si regge la serie, ma scontata: ormai era chiaro che la suspence si sarebbe protratta nella seconda.
    Da novembre a oggi Almost Human ha dimostrato di avere un grande potenziale, ma non di saperlo sfruttare appieno. Per dirla con parole grottesche, il figlio di J.J. Abrams è intelligente ma non si applica: quando lascia pieno sfogo alla creatività, quando utilizza i siparietti comici come brevi intermezzi e non come lenzuoli per coprire i buchi della trama, quando dona spessore psicologico ai propri personaggi ottiene risultati ottimi e sorprendenti. Peccato che l’ingegno non sia sistematico, ma saltuario e schizofrenico. Non resta che aspettare per vedere se la seconda stagione si accontenterà di nuovo di un livello discreto ma discontinuo o se deciderà di evolversi, offrendo al pubblico il suo meglio.

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