The Hollow Crown: Enrico IV Parte II – recensione

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“uneasy lies the head that wears the crown”

Il corpo del ribelle Henry Percy (Joe Armstrong) giace freddo sul campo di battaglia, ma nonostante la vittoria il tormento del Re d’Inghilterra sembra destinato a non avere fine: Enrico IV parte II (Henry IV Part 2) prosegue l’opera dedicata al regno di Henry Bolingbroke (Jeremy Irons) per cantare il lungo addio dello stanco sovrano, ormai avviatosi verso il crepuscolo della vita.

In preda alla malattia, Enrico volge ancora una volta le sue preoccupazioni all’irresponsabile condotta del figlio Hal (Tom Hiddleston), che quasi dimentico di aver lottato con valore al suo fianco è già tornato alla sua vecchia vita di bagordi e leggerezza, lasciando le questioni più delicate del regno all’assennato fratello John di Lancaster (Henry Faber).

Pur continuando a frequentare i sobborghi di Londra, il Principe di Galles non ha però dimenticato la lezione ricevuta: Sir John Falstaff(Simon Russell Beale), suo grande amico e compagno di bevute, inizia infatti a rivelarsi ai suoi occhi come una creatura infedele e superficiale, pronta a voltargli le spalle e a trattarlo con disprezzo quando l’occasione lo richieda per poi rinnegare ogni cosa.

Mentre le strade di Hal e Falstaff iniziano ad allontanarsi, la pace del regno rischia di essere compromessa dall’ennesima ribellione: appena informato della morte del figlio, il Duca di Northumberland (Alun Armstrong) decide di offrire il proprio supporto all’Arcivescovo di York (Nicholas Jones) e a Lord Mowbray (Pip Torrens) per guidare un’altra sommossa contro il sovrano, ma le suppliche e le lacrime di Lady Percy (Michelle Dockery), disperata vedova di Hotpsur, lo convincono a riparare in Scozia e ad intervenire solo a patto che la spedizione dei due abbia successo.

Una scelta saggia, considerando che il piano dei ribelli viene scoperto ancor prima di acquisire consistenza: fingendo una promessa di pace il Principe John riesce infatti a attirare i Capi e a farli giustiziare, evitando così lo scontro in campo aperto e salvando il Regno dalla catastrofe.

Nemmeno una così lieta notizia può però salvare il Re dalla morte: oppresso dallo spettro della successione e dal torto recato al suo predecessore Riccardo, Enrico IV cade vittima di un nuovo attacco riuscendo a malapena a sopravvivere; richiamato a corte dalle terribili notizie sulla salute del padre Hal si precipita al suo capezzale, ma scambiato il sonno profondo del re per morte imminente commette l’errore di sottrargli la corona, per indossarla nella sala del trono e cercare di immaginarsi nelle vesti di nuovo sovrano. Non trovando più la corona accanto a sé Enrico si infuria e si precipita fuori dal letto, accusando violentemente il figlio di aver tentato di scavalcarlo e di aver sempre e solo desiderato il potere: disperato e in lacrime Hal chiede perdono al re spiegando il motivo del suo gesto, dettato solo dalla volontà di imparare a sopportare il peso di quell’ambito oggetto dorato, responsabile delle sua ascesa tanto quanto della morte del padre (“I spake unto this crown as having sense, And thus upbraided it: ‘The care on thee depending Hath fed upon the body of my father; Therefore, thou best of gold art worst of gold: Other, less fine in carat, is more precious, But thou, most fine, most honour’d: most renown’d, Hast eat thy bearer up.’ Thus, my most royal liege, Accusing it, I put it on my head,To try with it, as with an enemy That had before my face murder’d my father!”).

Enrico allora perdona il figlio lasciandogli in eredità il più prezioso degli auguri: che Dio possa forse perdonarlo per il modo in cui riuscì a impossessarsi della corona, ma soprattutto che questa possa vivere in pace insieme al nuovo re,  destinato a indossarla legittimamente in ben più benevole circostanze (“That strength of speech is utterly denied me. How I came by the crown, O God forgive; And grant it may with thee in true peace live!”). Posta la corona sul capo del Principe Enrico IV muore fra le sue braccia, trovando la pace che tanto gli era mancata in vita: è tempo di uccidere il nome di Hal perché nasca quello di Enrico V, nuovo Re d’Inghilterra.

Appresa la notizia, Falstaff e i suoi compagni di ventura di precipitano a corte, certi che il giovane regnante li ricoprirà di onori e ricchezze: le loro aspettative svaniscono però miseramente dinanzi al glaciale comportamento di Enrico V, che fermato da Falstaff nel bel mezzo della cerimonia d‘incoronazione rinnega con forza il loro legame e tutto ciò che questo rappresentava, dando ordine che il vecchio e i suoi amici vengano arrestati e banditi per sempre dalla sua presenza. (“I have long dream’d of such a kind of man, So surfeit-swell’d, so old and so profane; But, being awaked, I do despise my dream[…]Presume not that I am the thing I was; For God doth know, so shall the world perceive,That I have turn’d away my former self; So will I those that kept me company. When thou dost hear I am as I have been, Approach me, and thou shalt be as thou wast, The tutor and the feeder of my riots.)

Mentre la taverna si svuota dei suoi abitanti, con sguardo triste e attonito Falstaff esce di scena: la spensieratezza del passato è perduta per sempre.

Diretto nuovamente dalla mano sicura di Richard Eyre, anche se privo della varietà della splendida prima parte, il terzo episodio della miniserie The Hollow Crown riesce nell’impresa di spiccare il volto ben al di là degli stretti limiti del mezzo televisivo, regalando al sovrano uscente un congedo commovente ed emozionante e preparando già il terreno per accogliere con tutti gli onori la regista Thea Sharrock e il suo imminente Enrico V.

Se il culmine dell’Enrico IV parte 1 era rappresentato dallo scontro, al contempo concreto e ideale, fra gli astri del ribelle Henry Percy e del Principe Hal, rispettivi portatori delle speranze delle loro casate e simbolo di un mondo ancora tutto da costruire, sono le storie dei padri a far battere adesso il cuore del dramma: il Conte di Northumberland, re Enrico IV e lo stesso Falstaff diventano protagonisti assoluti di dolore e delusione, condannati se pur per motivi diametralmente opposti ad assistere allo sgretolarsi delle proprie fortune e a doversi allontanare dai propri figli, scivolando nell’ombra fino a scomparire.

Chiamato a recitare a fianco del figlio Joe, Alun Armstrong non deve aver avuto difficoltà a immaginare il vuoto che una tale perdita possa portare nella vita di un padre: il suo tempo sulla scena è breve, ma lo strazio dell’uomo si incide con spaventosa efficacia nelle lacrime dei suoi occhi azzurri e nel grido di rabbia dei pochi versi che gli ha concesso l’adattamento(“Let heaven kiss earth! now let not nature’s hand Keep the wild flood confin’d! let order die! And darkness be the burier of the dead!”).

Ben più ingombrante è però il tormento che affligge la coscienza del re: il comportamento di Hal e la possibile instabilità della successione continuano a essere nei suoi pensieri, ma a impedirgli di trovare riposo è una corona dalle colpe troppo pesanti per poter essere sopportate ancora a lungo.

Che vaghi insonne e incerto nei vuoti saloni del castello ( “O sleep, Nature’s soft nurse, how I have frighted thee That thou no more wilt weigh my eyelids down And steep my senses in forgetfulness?”), che dorma dolcemente come un bambino tenendo accanto a sé la corona fonte di tante tribolazioni o che concluda ormai spezzato l’ultimo intenso dialogo con il Principe, l’Enrico IV di Jeremy Irons è talmente gigantesco da rubare la scena a tutti, persino al giovane e pur bravissimo collega Tom Hiddleston: l’addio fra i due, con padre e figlio che stringono insieme la corona proprio come Riccardo aveva fatto con Bolingbroke(sottilissimo omaggio al Riccardo II) è una scena sofferta e devastante che porteremo nel cuore per molto tempo.

Dopo la morte di Enrico IV il tempo del lutto è breve: la fotografia abbandona l’oscurità che aveva avvolto il palazzo, quasi addormentato mentre attendeva gli ultimi giorni del suo re, per accogliere l’incoronazione con calde tonalità d’oro e scarlatto; la trasformazione di Tom Hiddleston da giovane indisciplinato a figlio fragile e contrito era già stata straordinaria, ma assistere alla scomparsa del sorriso del Principe Hal(un sorriso contagioso che non potremo fare a meno di rimpiangere) dietro alla solenne e maestosa maschera di Enrico V è a dir poco sorprendente.

Il Falstaff di Simon Russell Beale non è mai davvero riuscito a farci ridere e a rendere al personaggio la giusta carica comica, ma la malinconia che lo aveva fin qui caratterizzato risulta perfettamente funzionale alla sua triste parabola discendente: la paura della vecchiaia e della morte, finora nascosta sotto amare battute, si fa strada con crudeltà quando il “nuovo” Enrico, assorbito dal manto regale appena acquisito, bandisce per sempre il “padre” surrogato col quale aveva condiviso tante gioie e divertimenti, lasciandolo col cuore spezzato e in lacrime a fare i conti con sé stesso.

La pesante corona continua intanto il suo percorso, abbandonando il capo dell’ usurpatore per ritrovare il diritto di nascita ma mai la pace: il nome di Hotspur si è già smarrito nella memoria, quando possiamo sentire l’urlo e il fragore della battaglia di Agincourt.

 
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Nata a Palermo nel 1986 , a 13 anni scrive la sua prima recensione per il cineforum di classe su "tempi moderni": da quel giorno è sempre stata affetta da cinefilia inguaribile . Divora soprattutto film in costume e period drama ma può amare incondizionatamente una pellicola qualunque sia il genere . Studentessa di giurisprudenza , sogna una tesi su “ il verdetto “ di Sidney Lumet e si divide quotidianamente fra il mondo giuridico e quello cinematografico , al quale dedica pensieri e parole nel suo blog personale (http://firstimpressions86.blogspot.com/); dopo alcune collaborazioni e una pubblicazione su “ciak” con una recensione sul mitico “inception” , inizia la sua collaborazione con Cinefilos e guarda con fiducia a un futuro tutto da scrivere .