Homeland 1X01 – recensione

    2139
    homeland
    da Homeland stagione 2

    Il 13 settembre 2011, a quasi 10 anni esatti di distanza dal più spaventoso attentato dei nostri tempi, è andato in onda negli USA il pilot di Homeland, una serie tv targata Showtime che tratta di terrorismo, guerra e servizi segreti. Ideata da Howard Gordon, Alex Gansa e Gideon Raff, il prodotto prende le mosse dalla serie israeliana Prisoners of War (titolo originale Hatufim).

    Homeland è stata trasmessa in Italia per la prima volta il 6 febbraio su Fox (con il sottotitolo Caccia alla spia); il pilot è stato intitolato Eroe di guerra. Questo primo episodio comincia nel mezzo delle caotiche viscere di Baghdad. La bella agente della CIA Carrie Mathison (Claire Danes) guida nervosamente per le strade della capitale irachena mentre parla al telefono con un suo superiore, l’ambizioso vicedirettore della CIA David Estes (David Harewood); Carrie gli chiede insistentemente di bloccare l’esecuzione di un terrorista in mano alle autorità irachene, poiché il prigioniero ha delle informazioni importanti su futuri attentati ed è disposto a cederle soltanto in cambio della grazia. Estes, che parla da una festa patinata negli States, si rifiuta di aiutare Carrie, sostenendo di non poter scavalcare le autorità di Baghdad: la guerra è finita e il passaggio del testimone agli iracheni è avvenuto. Carrie, anche senza il placet di Estes, procede, e incontrando l’uomo nella sua cella gli dice che non può salvarlo ma promette che proteggerà la sua famiglia in cambio delle vitali informazioni. Il detenuto inizialmente è contrariato; poi, quando sopraggiunge un gruppo di guardie e si avventa su Carrie per portarla via, si avvicina alla donna e le sussurra qualcosa all’orecchio – incomprensibile per lo spettatore – prima che lei sia trascinata via di peso.

    Dopo questo misterioso antefatto iracheno, un’ellissi temporale di dieci mesi ci conduce negli USA. Una fantastica notizia, con tanto di video, arriva alla CIA: durante un’operazione della Delta Force in Afghanistan, è stato ritrovato il sergente dei marines Nicholas Brody (Damien Lewis), catturato durante il conflitto iracheno assieme a un altro soldato, Tom Walker (Chris Chalk), e creduto morto da tempo. Alla CIA, l’unica a non farsi prendere da autocompiaciuti spasmi di gioia è Carrie Mathison. Il perché lo rivela al suo mentore e superiore Saul Berenson (Mandy Patinkin), mettendolo al corrente di quanto appreso dal morituro dieci mesi prima in Iraq, cioè che un soldato americano si è “convertito”, è passato dalla parte dei terroristi, del temibile Abu Nazir. Carrie sospetta che il sergente Brody sia stato abilmente “fatto trovare” agli americani, in modo da infiltrarlo nel cuore degli Stati Uniti. Berenson è scettico: Carrie non ha uno straccio di prova, e le nega l’autorizzazione a porre sotto sorveglianza il marine. Poco male: la donna agisce senza autorizzazione e, avvalendosi dell’aiuto del fidato Virgil (David Marciano), fa cospargere di cimici e microcamere la casa di Brody. Una casa in cui vivono la moglie del sergente, Jessica (Morena Baccarin), e i loro due figli: Dana (Morgan Saylor), che, un po’ ribelle, sta entrando nell’adolescenza, e il più piccolo Chris (Jackson Pace). Jessica ha un’importante relazione amorosa con Mike (Diego Klattenhoff), un marine amico di Nicholas che è sempre stato vicino alla famiglia del sergente dopo la presunta morte di quest’ultimo.

    Il governo, la popolazione e i media acclamano un nuovo e provvidenziale eroe nazionale, Nicholas Brody; intanto, Carrie spia la prima notte del marine a casa, alla ricerca di segnali sospetti. Inoltre, convince Saul a farsi ammettere al debriefing previsto per il giorno successivo, in cui il redivivo militare sarà ascoltato e gli saranno poste alcune domande di routine. All’incontro, Carrie incalza Brody con una serie di quesiti – sul compagno Tom Walker, morto durante la prigionia, su eventuali incontri con Abu Nazir, sul motivo di una così lunga cattività senza esecuzione finale – che vanno ben al di là di quanto previsto in un debriefing. Incassa risposte poco significative da Brody, e infastidisce visibilmente David Estes, che, poco dopo, si lamenta della condotta di Carrie con Berenson. Poco dopo l’interrogatorio, Carrie continua con il suo personale “Grande Fratello” e spia Brody mentre questi si reca a un appuntamento in un parco: è convinta che finalmente avrà la prova che il sergente ha dei contatti con i terroristi, ma la persona con cui l’uomo si incontra è tutt’altro che un uomo di Abu Nazir. Si tratta, infatti, della vedova di Tom Walker, che domanda a Brody quale sia stata la fine del marito: il soldato rivela che è stato pestato a morte. Sia in questo frangente, che durante il debriefing, ci sono dei flashback, delle rapide retrospezioni del sergente che rivelano, se non la piena fondatezza dei sospetti di Carrie, almeno che il marine, in parte, mente. Infatti, questi salti mentali nel passato ci fanno capire, prima, mentre Brody viene incalzato da Carrie, che il sergente ha visto Abu Nazir; poi, durante la conversazione con la vedova Walker, che colui che ha ucciso di botte il soldato è stato proprio Brody, probabilmente costretto dai suoi aguzzini. Naturalmente, alla verità dei flashback non può aver accesso Carrie ma, in mezzo a tanto scettiscismo, i sospetti della giovane agente della CIA cominciano a trovare una sponda nello spettatore, proprio quando anche il bonario e devoto Virgil, avendo trovato in casa della donna una pillola di clozapina – un potente antipsicotico – comincia a dubitare dell’attendibilità della Mathison.

    Flashback o non flashback, i fatti parlano chiaro: Carrie si è comportata male al debriefing, cercando di mettere in difficoltà un eroe di guerra. E’ troppo anche per Saul, che conosce il valore della sua figlioccia, ma anche i suoi modi e i suoi eccessi; quando Carrie rientra a casa, se lo ritrova seduto sul divano, di fronte ai monitor con cui lei spia la casa di Brody. Berenson annuncia a Carrie di prepararsi a un’inchiesta contro di lei: ha violato la legge, e anche la sua amicizia con Saul, che se ne va sdegnato. Carrie ha un momento di profondo sconforto; poi cerca di riprendersi ascoltando della musica jazz, indi si prepara a uscire, con la nera prospettiva di una pesante accusa nei suoi confronti. Intanto, a casa Brody, c’è un barbecue: un folto gruppo di commilitoni si rilassa in giardino con il sergente. All’interno della casa, Mike e Jess hanno un breve dialogo: parlano della delicatissima situazione in cui si trovano, del sentimento tutt’altro che effimero che li lega da tempo. Nicholas, dal cortile, li scorge, e forse comincia a sospettare qualcosa…ma torniamo a Carrie, alla sua serata. Beve in compagnia di un uomo che le fa una gradita corte, in un elegante locale dove si sta esibendo una jazz band. Quando stanno per andarsene, l’attenzione di Carrie (un po’ brilla) viene catturata dai frenetici e ripetitivi movimenti delle dita dei musicisti. E’ un’illuminazione: le sovvengono dei movimenti delle dita di Brody notati in occasione delle esposizioni pubbliche dopo il ritorno, cioè l’incontro con i marines e il vice presidente Walden (Jamey Sheridan) e l’ingresso in casa seguito appassionatamente dai media. Carrie si precipita a casa di Saul nel bel mezzo della notte, convinta d’aver tra le mani un primo indizio che in favore del suo sospetto; e che, magari, scongiuri il procedimento contro di lei. Fa vedere i filmati a Berenson, e lo convince: quei gesti potrebbero essere una sorta di messaggio in codice. La “testa” di Carrie, quindi, sembra per il momento salva; e l’America appare un po’ più in pericolo: Brody è un cavallo di Troia?

    Questo pilot, diretto da Michael Cuesta, in meno di un’ora imbastisce sapientemente una fitta ragnatela di sospetti e domande, una serie di nodi – quello principale riguardante la “posizione” di Brody, ma anche quelli sulla situazione famigliare del sergente e sulla personalità problematica di Carrie – che rendono decisamente trepidante l’attesa per l’episodio successivo. Sottile e raffinata la gestione del sapere narrativo, con lo spettatore che segue l’indagine al fianco Carrie, ma al quale è concesso, grazie ai flashback, un surplus informativo sul passato del sergente. L’episodio è giocato felicemente sul filo di una continua ambiguità, che trova il suo culmine nelle immagini finali, che mostrano il sergente Brody il quale, interrompendo per un istante il footing mattutino, osserva da lontano la cupola del Campidoglio: con quali occhi la guardi, sergente?