Homeland 1X10 – recensione

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    Nella decima puntata di Homeland, intitolata Un nuovo incarico e diretta da Guy Ferland, la CIA va a mordere le caviglie di Al Zahrani, il funzionario dell’ambasciata saudita in contatto con Walker. Saul scopre che l’uomo ha enormi debiti con alcune banche e che, dietro alla facciata di rispettabile musulmano con tre mogli e abbondante prole, c’è un omosessuale che s’incontra clandestinamente con giovani uomini in un centro termale: pensa che far leva su questi elementi possa essere la chiave per incastrarlo e smascherarne il ruolo terroristico.

    Così, Berenson e Carrie organizzano un interrogatorio con Al Zahrani presso una delle banche verso cui è debitore. Tuttavia, nessuno dei mezzi approntati per attaccare il funzionario – un martellamento sulle questioni finanziarie e la minaccia di rivelare delle foto che lo ritraggono in atteggiamenti omosessuali – si rivelano utili. Proprio quando Al Zahrani sta per andarsene, Carrie, con una mossa improvvisata, mette sul piatto l’argomento figli; in particolare, minaccia di espellere dall’università la figlia prediletta del saudita, una brillante studentessa, rendendola ospite sgradita presso tutti i paesi occidentali. La trovata è efficace: Al Zahrani torna a sedersi di fronte ai due segugi e decide di collaborare. Rivela che, quando vuole vedersi con Walker, espone alla finestra del soggiorno un cuore disegnato da suo figlio: è un segnale che fissa automaticamente un incontro per il giorno successivo, a mezzodì, presso la fontana di Farragut Square. Senza perdere tempo, Saul comanda al saudita di andare a casa ed esporre il disegno: farà da esca per prendere Walker. All’incontro, però, le cose non vanno come previsto; un ragazzo di colore (Eli Walker), simile a Walker, consegna ad Al Zahrani una valigetta – bomba che viene innescata a distanza proprio dal marine passato ad Al Qaeda. Oltre al saudita e all’attentatore, muoiono tre persone. Carrie, nei paraggi assieme ad altri agenti, resta ferita ed è condotta in ospedale. E’ un durissimo colpo per l’Agenzia, che pareva essere a un passo dal successo. Mentre si consuma questo fallimento, Brody, che nel nono episodio è stato esortato da Abu Nazir a perseverare nella sua missione jihadista, si prepara, secondo i piani, a intraprendere la carriera politica. Accetta, con una recita perfetta, il posto lasciato libero al Congresso dal deputato Richard Johnson; è il vice presidente Walden in persona a fargli la proposta. Jessica, tuttavia, non è convinta che buttarsi in politica sia la scelta giusta; Nick la fa convincere da Mike, con il quale, strumentalmente, avvia una riappacificazione. Inoltre, per sapere se qualcun altro sia a conoscenza della relazione tra lui e Carrie, chiede a quest’ultima un appuntamento. Si vedono a casa di lei, ed è chiaro come la bella analista speri – il vino pronto sul tavolo, le note di Miles Davis e un bell’abitino non lasciano dubbi – si tratti di un incontro sentimentale. Resta delusa quando comprende il vero e frettoloso motivo della visita di Nick. Lo tranquillizza – nessuno sa, nessuno saprà – senza immaginare il movente strategico delle domande: l’emersione di una love story tra lei e il nuovo mito americano, infatti, sarebbe di certo un intoppo per l’iter politico e terroristico del convertito. Tutto, quindi, in questa puntata, strizza l’occhio ad Abu Nazir: Walker l’ha fatta franca e Brody è pronto, sostenuto dalla famiglia, a diventare il vanto del Partito Democratico. Da dove devono ripartire Saul e la sua instabile e geniale figlioccia? Lo si comprende nell’ultima scena. Al capezzale ospedaliero di Carrie – ammaccata, ma in discrete condizioni – lei e Saul cercano di venire a capo della situazione. Berenson, confermando la validità delle originarie intuizioni del personaggio di Claire Danes, dice che chi ha avvisato Walker ha probabilmente anche fatto la soffiata a Fajsel e Aileen e dato la lametta ad Hamid. Concordano, insomma, sul fatto che ci sia una talpa, ben a conoscenza delle manovre di Langley, al servizio della causa terrorista. La tv, intanto, come a rispondere al gigantesco “Chi?” che frulla nella testa dei due infaticabili agenti, porta nella stanza d’ospedale il volto tronfio di Walden che presenta pubblicamente il suo nuovo pupillo: il sergente Nicholas Brody.

    La serie si conferma avvincente; forse non migliora invecchiando, ma si tiene in gran forma. Damien Lewis continua a tener bene il personaggio, portando avanti quella che ormai è un’interpretazione al secondo grado: gli tocca infatti calarsi nei panni di un personaggio, Brody, a sua volta, e sempre di più, impegnato in una minuziosissima recita. L’ottima performance di Claire Danes si sposa a meraviglia con una scrittura intelligente; in questo senso, si ha un picco quando la Mathison piega Al Zahrani con un argomento decisamente duro, “sporco” (le minacce alla figlia), con la voce che quasi le si rompe in gola, come prossima al pianto. Il connubio tra raffinata scrittura e qualità interpretative brilla e continua a brillare anche per quanto concerne il personaggio di Mandy Patinkin, Saul Berenson; le rapide immagini – sembrano rubate, girate di nascosto – che lo vedono, rintanato nottetempo nello studio, usare un righello per spalmare del burro di arachidi, ne dipingono affettuosamente la solitudine, la nostalgia della donna amata, quasi, così curvo e sprofondato nella poltrona, la non totale autosufficienza. Questo tenero frangente del pasto di Saul segue le sconsolate immagini di Carrie a casa, reduce dall’incontro con Brody. Le due situazioni, legate dalle note di Miles Davis, che da in (a casa di Carrie) si fanno over (nello studio Saul), ricamano quel persistente e più o meno sotterraneo discorso sulla solitudine e sull’impossibilità di conciliare CIA e famiglia che rende Homeland – non si offenderà chi ha ideato la non memorabile tagline italiana – ben più che una Caccia alla spia.