Homeland 1X11 – recensione

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L’attentato della decima puntata ha lasciato ferite lievi nel corpo di Carrie, ma ne ha minato la già fragile stabilità psichica. Il suo disturbo bipolare, tenuto nascosto a lungo per conservare il lavoro alla CIA, esplode di fronte a Saul Berenson, recatosi a trovare la figlioccia in ospedale: la Mathison, agitatissima, è in preda a una crisi e vuole tornare subito al lavoro. Saul la porta a casa, dove Maggie gli fornisce un dovuto “quadro clinico”. L’amorevole sorella maggiore di Carrie e Berenson cominciano a prendersi cura della convalescente. Il delirio prosegue tra le mura domestiche; senza alcuna logica apparente, il personaggio di Claire Danes prende a colorare in vario modo una mole di carte relative alle attività di Abu Nazir. Nel frattempo, Brody, ormai ufficialmente investito dal Vicepresidente Walden, fa una patriottica gita a Gettysburg con la famiglia: tra un hamburger, una stretta di mano elettorale e qualche didattica divagazione storica, il marine si inoltra nel retrobottega di un negozio e ritira un giubbotto da kamikaze. Ecco svelato il destino terroristico di Nick: uccidere facendosi saltare in aria. Non tutto fila liscio per il sergente jihadista: Dana, infatti, nota il misterioso involto mentre il padre lo nasconde sotto il bagagliaio. Brody mitiga la curiosità della figlia dicendo che si tratta di una sorpresa per Jessica. Il pacco furtivamente nascosto in auto si aggiunge, agli occhi di Dana, osservatrice lucida e attenta, allo strano atteggiamento tenuto dal padre in prossimità del campo di battaglia di Gettysburg, dove Brody è rimasto immobile, come pietrificato, per parecchi minuti; la figlia lo ha ripreso con una handycam e, al rientro dalla gita, mostra le insolite immagini all’amico Xander (Taylor Kowalski).

Se il terrorista Brody è un insospettabile e può concedersi una tranquilla gita presso i luoghi della storia americana, le cose vanno diversamente per il “collega” Tom Walker che, ancora a piede libero, ha addosso l’attenzione di media, servizi e forza dell’ordine. Tuttavia, non è ancora stato preso, né la sua cattura appare semplice; per di più, ancora non si sa chi sia la talpa che lo ha avvisato della trappola orchestrata con Al Zahrani. Il Vicepresidente Walden, al solito spaccone e ottuso, non vuole sentire chi gli consiglia di essere più prudente: intende esporsi quanto e più del solito, e pungola Estes affinché – in ballo la sicurezza nazionale, ma anche le mire del personaggio interpretato da David Harewood – prenda Tom Walker in fretta, avvalendosi degli imponenti mezzi a disposizione.

Torniamo a casa Mathison: di notte, Saul, mentre Carrie dorme, si mette a ragionare sui fogli che lei ha contrassegnato con pennarelli di diversi colori. Con pazienza, Berenson vede premiata la sua fiducia nella mente preziosissima, seppur disturbata della Mathison: infatti, raggruppando per colore le carte e disponendole sulla “parete di lavoro” di Carrie, Saul ottiene una timeline riguardante le attività di Abu Nazir. In questa cronologia del terrore spicca, associato al colore giallo, un buco, una fase dormiente: Carrie, al risveglio, ipotizza che ci sia di mezzo un lutto, la perdita di una persona cara. Lo spettatore sa che l’agente, ancora una volta, ha fatto centro: la perdita in questione è la morte di Issa, al centro del nono episodio. Berenson se ne va predicando prudenza e dando a intendere alla Mathison che lavorerà su quanto hanno concluso. Il genio di Carrie e il mix di fiducia e meticolosità del suo mentore – quanto sarebbe stato più semplice mandare al diavolo la pazza e buttare via i suoi spasmi multicolore ? – sembrano, lontanissimi dal sordido carrierismo di Estes, dai modi ruvidi e sterili dell’FBI, davvero le qualità giuste per comprendere e sciogliere il cuore del pericolo. Tuttavia, è la stessa Carrie che complica le cose, estromettendosi dai giochi. Nonostante le ammonizioni di papà Mathison, sopraggiunto assieme a Maggie, la bella convalescente telefona direttamente a chi può spiegarle il motivo della quiescenza di Nazir: il sergente Nicholas Brody. Questi finge di darle corda, poi avvisa la CIA della chiamata: in un batter di ciglia, si materializzano alla porta di Carrie Estes e un paio di scimmioni. Il direttore di Langley riferisce a Carrie che Brody gli ha parlato della loro relazione e della sorveglianza illegale, accennando anche a molestie sessuali. La timeline colorata viene divelta e alla Mathison è dato ufficialmente il benservito. Il sergente, con una mossa elegante, si è sbarazzato nella maniera più pulita possibile di colei che stava fiutando la giusta pista. L’episodio si chiude sulle immagini di Carrie isterica, rabbiosa, sommersa dalla forza bruta di chi dovrebbe stare dalla sua parte, che protesta invano contro Estes.

In quest’undicesimo episodio, intitolato per evidenti e tetri motivi Il giubbotto, viene voglia di entrare nel monitor per confortare l’eroina, stringerle la mano per quanto è brava a colmare le lacune informative che lo spettatore, viziato dal racconto, non ha, e, soprattutto, per bloccare quella sua impaziente e imprudente telefonata a Brody. Naturalmente, bisogna accontentarsi del divano: non si può sfondare la parete ed entrare nel mondo di Homeland. Un mondo popolato, sì, da personaggi principali ben congegnati e magnificamente incarnati da una schiera di attori in gran forma, ma reso vivo anche da ottime creature minori. Personaggi secondari che, pur emergendo di tanto in tanto, non rischiano di cadere nel dimenticatoio spettatoriale. Si pensi a Frank Mathison, che ne Il giubbotto marca un’altra delle sue rare presenze. Lo stralunato papà di Carrie è una dolce ombra della figlia, anch’egli fragile di mente, ma abituato ai colpi bassi del disturbo bipolare. E di Mr Mathison si prende cura un altro bel personaggio secondario, Maggie Mathison: sorella, figlia e madre premurosa, matura e per sua fortuna libera da turbe psichiche. Anche per questi saltuari passeggeri (di prima classe) della narrazione, e non solo per i suoi costanti inquilini, è difficile mollare Homeland, non sentirla rimbalzare in testa tra una puntata e l’altra, non farsi quattro chiacchiere con immaginarie Carrie, borbottanti Saul e nebbiosi sergenti da consolare e ascoltare.