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Brillante, magnetico, affascinante… no, non è uno spot per un nuovo detersivo: in realtà tutti questi aggettivi cadono a pennello se si parla di un attore carismatico come Kevin Spacey, uno dei talenti indiscussi della sua generazione.

kevin-spacey-awarded-cbeSu di lui ci si è espressi tanto a livello professionale, sia tra i colleghi che tra gli addetti ai lavori: c’è chi addirittura, come il regista Sam Mendes, ha definito la sua concentrazione attenta e tagliente “come un raggio laser”; a noi, forse, ci piace pensarlo come una spada laser stile Star Wars dal talento caleidoscopico che riesce a provocare delle scintille ogni volta che si mette alla prova con un nuovo ruolo o una nuova incarnazione cinematografica. Quindi se la sua vita professionale è esposta costantemente sotto l’occhio indiscusso dei media, tanto poche e sfuggevoli sono le notizie sulla sua vita privata: si sa solo che oggi vive a Londra e ha ottenuto la cittadinanza britannica grazie ai suoi meriti come direttore artistico dell’Old Vic, impegnandosi nel recupero di questo teatro d’antica tradizione.

Su Mr. Spacey sappiamo che è nato Kevin Fowler (Spacey è un omaggio al suo avo John Graham Spacey, il primo ad approdare dall’Inghilterra nei selvaggi Stati Uniti) il 26 Luglio 1959 a South Orange, New Jersey, per poi trasferirsi giovanissimo a Los Angeles insieme alla madre segretaria, il padre tecnico presso una celebre industria aerospaziale (la Lockheed Corporation), una sorella e un fratello maggiori. Forse per via del trasferimento, o perché ha sempre avuto un’indole focosa, il ragazzo si distingue subito per il suo temperamento… difficile da contenere, tant’è che picchia un coetaneo- si dice per legittima difesa…- nella prestigiosa Northridge Military Academy, dalla quale viene prontamente espulso. In seguito si iscrive alla Chatsworth High School dove incontra due futuri colleghi attori, Val Kilmer e Mare Winningham, con i quali condivide la scena durante il saggio scolastico ispirato alla pièce The Sound Of Music.

kevin-spacey-oscarSpacey, a questo punto, si trova di fronte a un bivio: scegliere tra le sue due passioni, la boxe o la recitazione (percorso che ci ricorda da vicino il dilemma morale di un altro sex symbol e troublemaker degli anni ’90: Mickey Rourke), ma il nostro quasi attore- saggiamente, viste le conseguenze riportate da Rourke avremmo rimpianto la sua faccia!- sceglie la via della sacra arte della recitazione teatrale e cinematografica, spinto in parte anche dai consigli dell’amico Kilmer. E proprio partendo da un suo suggerimento, Spacey si trasferisce a New York per seguire i corsi della famosa Juilliard School, e comincia ad usare un nome d’arte. Dopo due anni lascia la scuola e tenta la fortuna nei teatri di Broadway; ma deve aspettare Joseph Papp che gli concede un piccolo ruolo nel suo Enrico VI, una delle prime incursioni nel mondo shakespeariano che lo continua ad accompagnare fino ad oggi e il 1986 per il suo primo ruolo di rilievo al cinema grazie al regista Mike Nichols che gli offre una piccola parte nel suo Heartburn- Affari di Cuore e nel successo commerciale Una Donna in Carriera (1988). Da quel momento in poi, le porte della settimana arte si spalancano pronte ad accoglierlo nel loro mondo e consacrandolo come uno degli istrioni più talentuosi, il cui “genio” e capacità vengono premiate da ben due Premi Oscar (uno nel 1996 come miglior attore non protagonista per il cult I Soliti Sospetti e un altro nel 2000 come miglior attore protagonista per l’incantevole pastorale americana di American Beauty) più che meritati.

Ma già nel 1991 aveva vinto un Tony Award per il teatro come miglior attore protagonista per la sua incarnazione dello zio Louie nella commedia Lost in Yonkers scritta da Neil Simon. Altre interpretazioni memorabili cinematografiche- tra le tante, oltre a quelle già citate- sono: il venditore di Americani (Glengarry Glen Ross, regia di James Foley su una sceneggiatura di David Mamet); il ruolo del killer psicopatico nell’inquietante Seven (1995, David Fincher); un ruolo nel Riccardo III di Al Pacino (1996); l’ambiguo protagonista del film di Eastwood Mezzanotte nel Giardino del Bene e del Male (1997); la sua performance nel teatrale The Big Kahuna di John Swanbeck (1999) e la sua incarnazione del villain dei fumetti per eccellenza, Lex Luthor, nel penultimo adattamento ad opera di Brian Singer delle avventure dell’uomo di acciaio (Superman Returns, 2006).

house of cards 2 posterUltimamente la sua luminosissima stella sembrava essersi un po’ offuscata, a causa di ruoli minori in film dalle fortune abbastanza altalenanti; ma non disperate, perché secondo le informazioni che provengono direttamente dal dorato mondo di celluloide (e dai red carpet più esclusivi… vedere alla voce Golden Globes) la sua carriera sembra essere tornata ai fasti originali con la serie tv House of Cards, serie tv distribuito dal Network Netflix che inaugura la sua stagione televisiva proprio a Febbraio e con questo prodotto dalla qualità altissima, remake di un originale della BBC dal titolo omonimo (e ambientato durante l’era Tatcher) che segue l’ascesa politica verso i piani alti del potere, a Washington, del politico Francis Underwood, di sua moglie Claire (Robin Wright, vincitrice di Un Golden Globes) e del suo entourage. I primi due episodi sono stati prodotti dal regista David Fincher (anche co-produttore) insieme a James Foley, Joel Schumacher, Carl Franklin, Alan Coulter e Charles McDougall, oltre che da Spacey stesso, che ha firmato la regia di due dei tredici episodi della prima stagione. La serie è già stata riconfermata da Netflix per la seconda stagione, e già a partire dal poster il connubio politica, spregiudicatezza, scandali, sesso e potere sembra attrarci molto.

 
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Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Ventiquattro anni, di cui una decina abbondanti passati a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Collabora felicemente con Cinefilos.it dal 2011, facendo ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.