Mai per amore – Troppo Amore – recensione

    1627

    Quello della violenza sulle donne è un tema di cui, ancora oggi, si parla poco. Troppo poco, in un periodo in cui gli abusi sul sesso femminile hanno raggiunto cifre a dir poco inquietanti. Ecco allora che Rai Fiction, in coproduzione con Ciao Ragazzi, ha deciso di dedicare al tema una collana di 4 film, in onda su Rai 1 dal 27 marzo, intitolata Mai per amore. Quattro storie d’autore, firmate da Liliana Cavani, Marco Pontecorvo e Margarethe Von Trotta, per raccontare uno degli orrori che si annidano nella nostra società.

    Troppo amore, primo episodio diretto dalla Cavani, racconta la storia di Livia (Antonia Liskova), 28enne che ha lasciato gli studi e lavora in un’azienda che vende depuratori. Conosce Umberto (Massimo Poggio), affascinante professore universitario sulla quarantina: dopo un breve corteggiamento, tra i 2 inizia una relazione intensa e travolgente. Talmente intensa che Umberto cerca di modellare l’identità di Livia a suo piacimento, decidendone carriera e amicizie. Ben presto, sarà chiaro anche a Livia che quello di Umberto è un amore malato, ossessivo: un amore totalizzante nel suo desiderio di possedere completamente – ed esclusivamente – la donna conquistata. Da compagno affettuoso Umberto si trasforma lentamente nel carnefice di Livia, seguendola ovunque e precludendo alla giovane la possibilità di una vita normale.

    Il film s’inserisce in un progetto coraggioso, senza dubbio, anche lodevole nella sua volontà di riflettere – e far riflettere – sulla quotidianità di situazioni che, spesso, vengono sentite come “lontane” da parte di molte persone. Tuttavia, ciò che manca a questa prima storia è un’analisi puntuale del punto di vista maschile: la nascita dell’ossessione di Umberto, con tutte le sue sfaccettature psico-patologiche, non ci viene mostrata, o perlomeno non abbastanza. Si rimane concentrati quasi unicamente su Livia – certo, in un film che parla di violenza sulle donne, è inevitabile che la vittima sia l’oggetto preferito dello sguardo del regista. Ma qui il personaggio del carnefice è, a ben vedere, solo abbozzato, e in maniera piuttosto superficiale. La Liskova, che nelle prime sequenze sembra un po’ arrancare, si risolleva nel corso della storia, dando il meglio di sé proprio nelle scene in cui viene percossa e quasi violentata: da un punto di vista recitativo, le più difficili.

    Il risultato è un film discreto, con un cast senz’altro dignitoso, che però langue per una drammaturgia a tratti banale, apparentemente non “completa”. Diciamolo pure, dalla Cavani ci si aspettava qualcosa in più.

    I trailer degli episodi successivi, La fuga di Teresa di Von Trotta ma soprattutto Ragazze in Web e Helena e Glory, entrambi diretti da Marco Pontecorvo e incentrati rispettivamente sulla violenza via rete e sul racket della prostituzione, lasciano intravedere opere di qualità indubbiamente superiore. Peccato non siano stati scelti per la proiezione stampa.