Ray-Donovan-1x05Ray Donovan e la sua famiglia sono impegnai in una giornata all’università di Bel Air a cui aspira ad andare Bridget. Mentre Ray aspetta un mandato da Boston per mettere in carcere Mickey dopo l’assassinio del prete, quest’ultimo con Bunchy (Dash Mihok) e Daryll (Pooch Hall) arriva fino a Palm Spings dove cercherà di rivedere Charlene, la donna della sua vita.

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La puntata sceneggiata da David Hollander (The Guardian) e diretta da John Dahl (Dexter) si svolge nell’arco di un intera giornata, in cui seguiamo il padre e il figlio in due contesti assolutamente diversi ma che li accomuna nelle emozioni; sempre fuori luogo, etichettati sopratutto per quello che sono e cosa rappresentano nella vita degli altri.
La parte interessante di questa puntata sono le aspettative e i riscatti che vengono mostrati; il più significato e cruciale è quello che Abby (Paula Malcomson) proietta su Bridget (Kerris Dorsey). Abby vive la giornata all’università come se dovesse iscriversi lei e non riesce a fare a meno di fare i paragoni da i luoghi in cui lei e Ray (Liev Schreiber) provengono, giocando qualche volta ad essere dei liceali del Sud America, in questa occasione vede una delle tante opportunità di entrare finalmente nel jet set che conta lasciandosi alle spalle quello che è stata ma che comunque si intravede nei due coniugi ha lasciato un buon ricordo.
Sullo stesso filo della nostalgia e del ritornello “quello che avrei potuto essere” è anche il viaggio che conduce Mickey (Jon Voight) da Charlene, un percorso che ha mostrato un barlume di umanità del personaggio nel momento in cui mette in chiaro che lo scopo della visita era solo per rivedere la sua donna e passare un po’ di tempo con i suoi ragazzi, lasciandosi trasportare così in un tempo astratto, che come il finale dimostra, non è esattamente quello che è ora, ossia un uomo vecchio e solo sulla pista da ballo.
Chi sembra essere sempre fuori da questa faida e da questi passati tormentati e rancorosi è Terry (Eddie Marsan), un personaggio pronto e consapevole di avere poco ma che comunque dignitosamente affronta la sua vita adulta che non lo lega all’intera famiglia Donovan e alla loro esistenza così accidentata.

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The Black Cadillac, non ha introdotto temi o personaggi nuovi, ma sembra aver toccato tutti gli intrecci personali che tengono legati i personaggi, l’uni agli altri. Soffermandosi sui sogni infranti, aspirazioni personali, ciò che sono e a che punto sono arrivati nella loro vita. Viene mostrata un ottima analisi sulle trappole in cui le due identità, quella sociale e quella personale, si inceppano rivelando una natura che tocca le più diverse sfaccettature di violenza.
L’agente Van Miller dell’FBI (Frank Whaley) funziona abbastanza bene ma non coinvolge come le dinamiche sociali, non riesce a conferire lo stesso pathos che Liev Schreiber mostra nelle sequenze in cui è a faccia a faccia con quello che è agli occhi di tutti, “il faccendiere di Erza” e quello che realmente lui è. Inoltre poco si conoscono le motivazioni che spingono l’agente federale sulle attività di Ray ed i suoi soci in quel mondo platinato di Los Angeles. Lasciando così tante storie un po’ superficiali e sospese, ma la bravura indiscussa dell’intero cast sul lavoro dei personaggi è esemplare, attirando in maniera coinvolgente lo spettatore sul “clan” dei Donovan.