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Los Angeles, Ray si sveglia nel suo appartamento in città con i postumi di una sbronza e sporco di sangue dopo il pestaggio allo stalker dell’attrice Ashley Rucker (Ambyr Childers).

Un nuovo giorno nella città ma ai soliti problemi sembrano essersi aggiunti quelli che ha portato Mickey, fermatosi a dormire nella casa di Ray con i suoi familiari con intenzione di cucire i rapporti persi a causa del carcere. Così mentre Ray ignaro di quello che succede a casa è a risolvere l’ennesimo potenziale disastro economico-d’immagine di Tommy (Austin Nichols) con la transessuale Chloe; Mickey (Jon Voight) passa una giornata a Malibu con Abby (Paula Malcomson) Connor (Devon Bagby) e Bridget (Kerris Dorsey). A collegare le due storie sarà la provocazione che Mickey ha lanciato a Sean, uomo che vent’anni prima realizzò insieme a Ray e Erza (Elliott Gould) le prove necessarie per mettere Mickey in prigione, posto da cui Ray non vorrebbe fosse mai uscito.

Nella seconda puntata di Ray Donovan siamo nuovamente catapultati nell’ottica della visione dei due personaggi in contemporanea, ma questa avviene dopo il loro primo vero incontro faccia a faccia nella palestra di Terry e con l’avvertimento di Ray di lasciare in pace la sua famiglia. In questa puntata notiamo come Mickey cerca di farsi largo nel cuore della famiglia, nelle sequenze a due appare molto comprensivo nei confronti di Abby, pronto all’ascolto con il piccolo Connor tormentato da evidenti dubbi adolescenziali e civettuolo con la giovane Bridget; mentre nelle scene in cui interagisce con la famiglia si nota come Mickey cerca di accaparrarsi simpatia con gesti volutamente esagerati e parole che richiamano l’amarezza di vent’anni di carcere, facendo leva sull’empatia della nuora e l’ingenuità dei nipoti.
Nell’altro scenario, si vede il lavoro che Ray (Liev Schreiber) svolge per le grandi case di produzione cinematografiche americane e le persone con cui interagisce, conosciamo di più i suoi collaboratori, Lee Drexler (Peter Jacobson) il partner in affari di Erza, la PR Lena (Katherine Moennig) e Avi (Steven Bauer) il braccio destro che svolge la gran parte del lavoro sporco. Vengono ribadite così le premesse del pilot, Ray è un uomo con il duplice ruolo di “confessore e risolutore” la sua compostezza e riservatezza nelle questioni più scottanti non è il suo metodo ma il suo stile, a questo si aggiunge un ampliamento sulla sfera morale con cui approccia il mondo dello star system, cercando di assorbirsi le ansie e le paure dei suoi clienti e rimpiazzando, dove ritiene giusto, sicurezze e soluzioni.

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In “A Mouth Is a Mouth” viene dato più spazio di manovra a Ray in particolar modo sulla gestione dei vari aspetti della sua vita, dividendo il tutto a compartimenti stagni in maniera tale che non si mischino tra di loro; e quando questi vengono a convergere fanno spiccare l’altro Ray, quello cresciuto per le strade di Boston. Ray Donovan si conferma essere una buona serie che basa nel rapporto conflittuale e antagonistico tra padre e figlio, tra storie passate e aspettative future, condotte personali e scopi ambigui, un sistema basato sulla fiducia e sul potere, chiave che ha fatto sì che gli spettatori salissero a 1.56 milioni.