Rectify 1×01 – Recensione

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    Daniel Holden (Aden Young) è un detenuto del braccio della morte che dopo 19 anni di prigione viene rilasciato con sorpresa dei media, degli uomini di legge che si sono occupati del caso e dei familiari. Sembra che nonostante la sua confessione di aver stuprato e ucciso Hannah, la sua fidanzata. Le nuove prove sottolineano la mancanza di tracce di DNA sul corpo della vittima e così gli viene concessa la possibilità di ritornare alla sua città natale Paulie, in Georgia, dove si deve riadattare ad una nuova vita a cui aveva rinunciato da tempo.

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    Rectify è una serie ideata da Ray McKinnon, trasmessa ad aprile su Sundance Channel e presentata in anteprima nazionale al Roma Fiction Fest di quest’anno.
    Ciò che si nota nel pilot della puntata è la costruzione di un atmosfera nelle sequenze familiari e di una tensione da giallo per ciò che concerne il caso di Daniel. L’attore australiano riesce ad entrare in contatto con la confusione e l’incredulità del momento, incerto su quello che gli sta capitando e ancorato ad un ricordo adolescenziale in cui si è concentrata tutta la sua esperienza da uomo. Viene così tratteggiato un uomo pacato e taciturno, che ispira subito un senso di dolcezza e ingenuità per le timide richieste che fa ai suoi familiari ma che avverte come sconosciuti. L’unica che sembra aver aperto, metaforicamente, la porta del suo isolamento, è sua sorella Amantha (Abigail Spencer) una donna forte, piena di vita e arrabbiata con tutti coloro che tentano anche solo di incrinare la precarietà di Daniel.
    Nel pilot viene presentato anche il resto della famiglia; chi ha qualche problema a relazionarsi con lui sono sua madre Jane (J. Smith-Cameron) e il suo fratellino Jared (Jake Austin Walker) che con piccoli tentativi cercano comunque di stabilire un contatto che può nascere da una semplice conversazione o dalla visione di un film. Chi è scettico e crede ancora nella sua colpevolezza è suo fratello Ted Jr (Clayne Crawford) che a priori cerca di rigettare il suo ritorno a casa e soprattutto nell’attività di famiglia.
    Ma la serie non segue solo la vicenda familiare, che conferisce quel ritmo pacato e d’esplorazione nei sentimenti umani, ha anche il caso irrisolto, difatti il senatore Roland Foulkes (Michael O’Neill), l’allora procuratore della città, è ancora intenzionato a confermare la sua colpevolezza e ad indagare sul “cavillo legale” che permesso che Daniel fosse rilasciato. Della stessa opinione ne è lo sceriffo di Paulie, Carl Daggett (J. D. Evermore) che mosso da una rabbia ancora non del tutto definita è intenzionato a tenerlo fuori dalla città.

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    Always There trasmette le emozioni che guideranno la doppia storyline della serie, capire come Daniel ritornerà ad appropriarsi della sua vita e risolvere il giallo di Hannabeth, la regia di Keith Gordon riesce a proporci il punto di vista delle vite spezzate dei protagonisti che dovranno ancora affrontare altre lacerazioni prima di continuare a vivere.