Touch 1X04 – recensione

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Nel quarto episodio di Touch (I fili dell’aquilone) l’attenzione, come era lecito attendersi, si sposta in buona parte su Sarah Bohm, moglie di Martin e madre di Jake morta sulle Twin Towers. Questo movimento si realizza con l’introduzione di un personaggio, Bobby Aresa (Kiko Ellsworth), e il recupero di un altro, Randall Meade (Titus Welliver). Il primo, verso il quale Jake guida ostinatamente il padre, è stato, senza che Martin ne sapesse nulla, amico di Sarah, verso la quale si sente in colpa per non averla esortata a lasciare l’ufficio quando, dopo l’impatto degli aerei sulle Torri Gemelle, le autorità esortavano dissennatamente a non abbandonare le strutture. Jake riesce, “facendosi salvare” da una rovinosa caduta proprio da Bobby, a pacificare la coscienza dell’uomo. Da Aresa, Martin viene a sapere che la moglie – lui, all’estero per lavoro, non poteva esserne a conoscenza – non portava più la fede; nonostante inizialmente Martin pensi a ragioni sentimentali di dura digestione, alla fine scopre che la moglie aveva lasciato l’anello in oreficeria per impreziosirlo con l’incisione “1+1=3”, il motto di loro due quando, giovani sposi, attendevano la nascita di Jake.

Veniamo a Meade. Ex pompiere, soffre per aver lasciato Sarah Bohm nell’inferno delle Twin Towers senza aver la certezza che fosse morta. Reduce da una vittoria al lotto – da anni gioca numeri legati alla sua tragedia nella tragedia – Randall si reca presso una chiesa per avere risposte. Non ne trova, non subito, ma entra in confidenza con il giovane e insicuro pastore (Josiah Early), gettando forse le basi per un processo di reciproca progressione. Quello di Meade non è l’unico sentiero narrativo ripreso ne I fili dell’aquilone; c’è anche, infatti, il ritorno alle vicende iraqene di Abdul (Shak Ghacha), il “Chris Rock” di Baghdad, e dei suoi amici metallari che cercano simpaticamente di attirare le attenzioni dei militari americani; tra questi, c’è il luogotenente Laura Davis (Sprague Grayden), legata un tempo a padre Steve, il pastore in cui s’è imbattuto Meade. Questo è una delle tante connessioni tra i personaggi e le vicende della puntata; giunzioni organizzate attorno ai numeri “sentiti” da Jake – 9, 5 e 0 ne I fili dell’aquilone – ed essenziali per porre rimedio alle piaghe del mondo.

L’episodio è godibile, anche se forse lo schema “io (Martin) e te (Jake) e tutti quelli che (non) conosciamo” comincia un po’ a stancare; è vero anche che la “linea materna” e il recupero di personaggi della prima puntata giocano contro quest’eventuale fastidio. Per di più, la veste elegante del racconto mette al riparo il prodotto da un “effetto Voyager” che fa capolino quando i numeri di Jake rimbalzano da un capo all’altro del mondo, comparendo su sveglie, telefoni, porte d’albergo; la forma, cioè, aiuta a fidarsi delle curve più ardite osate dal contenuto narrativo.

Attendiamo la quinta puntata. Altre vite e storie prenderanno a gravitare attorno al binomio padre-figlio più decisivo del momento, densissimo centro della vorticante galassia umana, organismo frutto di una simbiosi ancora in costruzione fatta d’amore, fiducia e perseveranza.