La decima puntata di Touch (Merce di contrabbando) vede Chloe Hopkins, ormai ufficialmente fuori dal caso di Jake, fiutare una temibile strategia ordita dalla direttrice Sheri, da zia Abigail e dalla compagnia in cui questa lavora, la Aster Corps con lo scopo di verificare e sfruttare le straordinarie qualità del piccolo Bohm.

Pensare che all’inizio della puntata, forse proprio per mettersi al riparo da eventuali smascheramenti, la legnosa zia colloquia pacificamente con Martin accettando di metter da parte ogni dissapore per il bene del ragazzino; evidentemente, soltanto da parte di Bohm senior c’è buona fede. In Merce di contrabbando il personaggio di Sutherland, come di consueto guidato da una sequenza di numeri (2545 a questo giro), è coinvolto in un tentato furto di container al porto di New York. Finirà come sempre in un bagno di miele: uno dei compari (Don Harvey), scaricatore fresco di licenziamento con moglie (Katherine Kamhi) affetta da sclerosi multipla, diventa l’eroe di giornata aprendo un container pieno di profughi stremati, anziché di goloserie tecnologiche da offrire al primo ricettatore. I clandestini vengono dalla Palestina, teatro di un’osteggiata vicenda amorosa tra due giovani, l’israeliano Tomer (Sean Peavy) e l’araba Kamilah (Eden Modiano). Tomer compra alla sua bella un anello da un ortodosso che gli fa un buon prezzo grazie alla mediazione telefonica di Abraham, l’ebreo conosciuto nel nono episodio, che marca presenza anche in questa puntata; parlando con la Hopkins, Abraham indirizza correttamente i sospetti dell’assistente sociale su Sheri, sugli scopi, come anticipato, non proprio nobili che la direttrice dell’istituto mastica dietro la sua maschera bellicosa.

Interessante, a pochi passi dalla fine della prima stagione, lo spunto che lega misteriosamente e loscamente Sheri, zia Abigail e la Aster Corps. Elemento che va sottolineato, almeno per evitare di fare sempre e soltanto le pulci a una serie che, comunque, non perde per strada le sue pecche; nemmeno ci prova. Qualche dotto potrebbe scrivere un “Dello sbalordire”, e citare Touch come una serie che ci prova, a fare un sacco d’impressione, ma probabilmente ci riesce solo con chi ha fretta d’aver emozioni precotte e nozioni malferme. I rapporti matematici che abbracciano e cullano l’Universo, le nostre vite come quelle delle galassie, non c’entrano molto con le coincidenze da enalotto di Touch. Insomma, si può costruire una serie che afferma: “Il caso non esiste”; non così, non come ha deciso di fare Tim Kring. Mr Heroes, volpe al servizio della Volpe, sa in cuor suo che gli andrà bene: quanti saranno già i beati che grazie a Touch hanno capito come vanno le cose su questo pianeta? Quanti vorranno farsi profeti del messaggio della serie? E, ancora, quanti, grazie a una devota passione per le avventure dei Bohm si recheranno a qualche conferenza sentendosi finalmente autorizzati a seguirla (annuendo, s’intende)? Verrebbe da rispondere con un numero preciso, ma ci sarebbe il rischio di ritrovarselo sul prossimo bus o sullo scontrino del fruttivendolo.