Comandante: la vera storia di Salvatore Todaro dietro il film con Pierfrancesco Favino

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Il cinema italiano recente ha spesso cercato di recuperare figure dimenticate della nostra storia nazionale, ma pochi film lo fanno con la forza morale e narrativa di Comandante (leggi qui la nostra recensione), diretto da Edoardo De Angelis e interpretato da Pierfrancesco Favino. Presentato come film d’apertura alla Mostra del Cinema di Venezia 2023, il lungometraggio racconta un episodio realmente accaduto durante la Seconda guerra mondiale, trasformando una vicenda militare in una riflessione più ampia sull’umanità, sull’etica e sul senso stesso della guerra. Dietro il racconto cinematografico si nasconde infatti la storia autentica di Salvatore Todaro, ufficiale della Regia Marina divenuto leggendario per una scelta che andava contro ogni logica bellica del tempo.

Ciò che rende Comandante particolarmente interessante è proprio il suo rapporto con la realtà storica. Il film non inventa un eroe simbolico, ma prende spunto da documenti, testimonianze e cronache realmente esistite per ricostruire l’impresa del sommergibile Cappellini e il salvataggio dei naufraghi del mercantile belga Kabalo. Tuttavia, come spesso accade nelle opere cinematografiche, anche qui alcuni elementi vengono condensati, romanzati o enfatizzati per esigenze narrative. Capire quanto il film sia accurato significa allora entrare dentro la figura di Salvatore Todaro, comprendere il contesto storico in cui operava e distinguere ciò che appartiene alla documentazione storica da ciò che invece è stato adattato per il grande schermo.

Chi era davvero Salvatore Todaro e perché la sua storia è diventata leggendaria nella Marina italiana

Comandante

La vera storia raccontata in Comandante inizia molto prima degli eventi mostrati nel film. Salvatore Todaro nacque a Messina il 16 settembre 1908, ma crebbe in Veneto dopo il trasferimento della famiglia, dettaglio che spiega anche la particolare inflessione riprodotta da Pierfrancesco Favino nel film. Entrato giovanissimo all’Accademia Navale di Livorno nel 1923, Todaro mostrò subito qualità fuori dal comune, sia dal punto di vista tecnico sia da quello caratteriale. Dopo i primi anni trascorsi nella Marina, si specializzò nell’osservazione aerea e prese parte a diverse missioni operative.

La sua carriera, però, rischiò di interrompersi bruscamente nel 1933, quando cadde da un idrovolante riportando una gravissima lesione alla colonna vertebrale. Da quel momento fu costretto a indossare un busto metallico per il resto della vita, convivendo con dolori continui e ricorrendo talvolta perfino alla morfina. Nonostante l’infortunio, Todaro rifiutò di abbandonare il servizio attivo e continuò a operare sui sommergibili, costruendo attorno a sé una reputazione quasi mitica. Le testimonianze dell’epoca lo descrivono come un comandante impulsivo ma lucidissimo, profondamente spirituale, convinto che la forza di volontà potesse superare persino i limiti fisici del corpo.

Durante la Guerra civile spagnola operò su diversi battelli italiani, mentre allo scoppio della Seconda guerra mondiale ottenne il comando del sommergibile Comandante Cappellini, una delle unità più avanzate della Regia Marina. È proprio a bordo del Cappellini che Todaro sarebbe entrato definitivamente nella storia, compiendo un gesto destinato a renderlo una figura unica nel panorama bellico europeo del Novecento.

L’affondamento del Kabalo e il salvataggio dei naufraghi che ispirano il cuore di Comandante

Comandante recensione

L’episodio centrale raccontato in Comandante avvenne nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 1940, durante una missione atlantica al largo dell’isola di Madera. Il sommergibile Cappellini, comandato da Salvatore Todaro, intercettò una nave che navigava a luci spente in una zona di guerra. Si trattava del mercantile belga Kabalo, appartenente a un Paese formalmente neutrale ma armato e considerato sospetto dai regolamenti militari dell’epoca. Quando il piroscafo aprì il fuoco contro il sommergibile italiano, Todaro rispose con i cannoni di bordo, colpendo la nave fino ad affondarla.

Fin qui, la vicenda rientrava nella brutalità ordinaria della guerra navale del tempo. Ciò che accadde subito dopo, però, trasformò l’episodio in qualcosa di completamente diverso. Dopo l’affondamento, Todaro vide i superstiti del Kabalo alla deriva in mare aperto. Rendendosi conto che la loro scialuppa non avrebbe mai raggiunto la costa, prese una decisione clamorosa: soccorrerli e trainarli fino alle Azzorre, nonostante questo esponesse il sommergibile italiano a un rischio enorme. Per oltre tre giorni il Cappellini rinunciò di fatto alla propria sicurezza pur di salvare i ventisei naufraghi belgi, arrivando infine a ospitarli a bordo in condizioni di sovraffollamento tali da impedire persino l’immersione del sommergibile.

Durante il viaggio il battello italiano incrociò perfino un convoglio britannico, ma Todaro comunicò apertamente di avere civili e naufraghi a bordo chiedendo una tregua. Sorprendentemente, gli inglesi cessarono il fuoco e permisero al sommergibile di proseguire. Una volta arrivato alle Azzorre, Todaro sbarcò tutti i superstiti sani e salvi. È da questa vicenda reale che nasce la frase attribuita al comandante e diventata simbolica: “Gli altri non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle”.

Come si conclude davvero la storia di Salvatore Todaro dopo gli eventi raccontati nel film

Pierfrancesco Favino in Comandante

La vicenda del Kabalo rappresenta solo una parte della vita di Salvatore Todaro, anche se è quella che più di ogni altra ne ha definito la memoria storica. Dopo il ritorno dalla missione, il comandante italiano venne criticato da parte della Marina per aver messo a rischio il sommergibile e il proprio equipaggio per salvare dei nemici. In piena guerra totale, il gesto appariva a molti incompatibile con la logica militare del tempo. Eppure Todaro non rinnegò mai la propria scelta, convinto che esistesse una differenza sostanziale tra vincere una battaglia e perdere la propria umanità.

Negli anni successivi continuò a combattere nell’Atlantico, distinguendosi per coraggio e capacità tattica, tanto da ottenere numerose decorazioni al valor militare. Successivamente chiese di essere trasferito alla Xa Flottiglia MAS, cercando un tipo di combattimento più diretto e aggressivo. Partecipò così anche alle operazioni nel Mar Nero e durante l’assedio di Sebastopoli, guadagnandosi ulteriori riconoscimenti. La sua storia però si concluse tragicamente nel dicembre del 1942.

Todaro si trovava in Tunisia al comando del motopeschereccio armato Cefalo quando il mezzo venne attaccato da un caccia britannico Spitfire. Colpito da una scheggia durante il mitragliamento, morì a soli trentaquattro anni. Dopo la sua morte gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Ancora oggi il suo nome continua a essere ricordato nella Marina Militare italiana, tanto che nel 2006 un sottomarino della classe U212A è stato intitolato proprio a Salvatore Todaro.

Quanto è accurato Comandante e quali differenze esistono tra il film e la realtà storica

Comandante Pierfrancesco Favino

Dal punto di vista storico, Comandante è considerato uno dei film italiani recenti più attenti alla ricostruzione del contesto militare della Seconda guerra mondiale. Edoardo De Angelis ha scelto infatti di concentrarsi soprattutto sul lato umano della vicenda, evitando di trasformare Todaro in un eroe retorico o propagandistico. Molti dettagli presenti nel film sono autentici: il grave problema fisico del comandante, il busto ortopedico che era costretto a indossare, la missione del Kabalo, il recupero dei naufraghi e perfino il celebre dialogo sulla “civiltà” italiana.

Anche la rappresentazione della vita claustrofobica all’interno del sommergibile riprende testimonianze storiche e documentazione reale della Regia Marina. Naturalmente alcune modifiche sono state introdotte per esigenze cinematografiche. Il film concentra i tempi della vicenda e semplifica alcune dinamiche strategiche per rendere più fluida la narrazione. Alcuni personaggi secondari vengono fusi o caratterizzati diversamente rispetto alle fonti storiche, mentre i dialoghi più intensi sono inevitabilmente ricostruiti.

Anche il rapporto tra Todaro e il proprio equipaggio viene enfatizzato per accentuare il conflitto morale tra disciplina militare e compassione umana. Tuttavia il cuore della storia resta autentico: il gesto di salvare i naufraghi del Kabalo accadde davvero e fu considerato eccezionale persino dai nemici dell’Italia fascista. È proprio questa fedeltà emotiva alla figura storica che rende Comandante molto più vicino a un dramma umano che a un semplice film bellico.

Perché la storia vera di Salvatore Todaro rende Comandante qualcosa di più di un film di guerra

Ciò che colpisce maggiormente della storia vera dietro Comandante è il modo in cui riesce a mettere in crisi l’idea stessa di guerra. Salvatore Todaro non viene ricordato soltanto come un ufficiale coraggioso, ma come un uomo che scelse di preservare la propria coscienza anche dentro uno dei conflitti più brutali della storia moderna. In un contesto dominato dalla distruzione e dalla disumanizzazione del nemico, Todaro prese una decisione opposta: riconoscere nei naufraghi del Kabalo prima degli esseri umani e solo dopo degli avversari. È questo il motivo per cui la sua vicenda continua ancora oggi a essere raccontata e studiata.

Il film di Edoardo De Angelis riesce a trasformare quell’episodio in qualcosa di universale, parlando non soltanto di guerra ma anche di responsabilità morale, identità nazionale e capacità di restare umani nei momenti estremi. La vera forza di Comandante sta proprio qui: nel ricordare che la storia non è fatta solo di strategie militari e battaglie, ma anche di scelte individuali che riescono a sopravvivere al tempo. In un’epoca in cui il Mediterraneo continua a essere teatro di tragedie e naufragi, la figura di Salvatore Todaro assume persino un significato contemporaneo. Non come eroe perfetto, ma come uomo che, nel mezzo della guerra, decise che salvare vite umane fosse ancora più importante che vincere.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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