Un’antica massima diffusa nel mondo degli artisti afferma che, ogni qual volta un grande Maestro si spegne, la luce della sua arte continua a splendere radiosa nelle opere da esso create. Al di là dell’indiscussa retorica spicciola neoromantica, se tale concetto poetico può essere in qualche modo veritiero, ebbene, allora esso vale appieno per uno dei grandi autori del nostro cinema, un artista che è stato capace – in oltre cinquant’anni di onorata e florida carriera – di farci ridere (e spesso piangere) delle grandi contraddizioni alla base della nostra italica società.

Ettore Scola, uno dei grandi nomi indelebili e imprescindibili della gloriosa arte cinematografica made in Italy – quando ancora tale etichetta possedeva un certo valore di vanto – è stato cantore delle straordinarie e spesso grottesche trasformazioni del nostro Bel Paese, a cavallo del boom economico sino alle lotte politiche degli anni ’70 e oltre, sempre capace di tenere desto il proprio vigile e scanzonato occhio di cineasta sulle molteplici sfaccettature del tempo che cambia, senza mai nascondere le proprie simpatie politiche sinistrorse e facendosi vanto (a ragione) di un modo tutto personale di dipingere vizi, difetti e virtù dell’uomo comune tanto quanto delle classi benestanti.

Classe 1931, originario di Trevico in provincia Avellino, Scola si trasferisce ancora piccolissimo assieme alla famiglia a Roma, dove inizia fin da subito a coltivare una forte attitudine per il disegno, in particolare a tema caricaturiale e grottesco, indice precoce di una spiccata sensibilità e di uno scanzonato acume nel saper cogliere al volo e valorizzare i tratti più incisivi – nel bene e nel male – di cose e persone, alimentando dunque già quella tanto idolatrata “estetica del tic” che diventerà marchio di fabbrica del suo cinema maturo. Ed è proprio grazie a questa sua passione e capacità per il disegno satirico che, non ancora maggiorenne, riesce a farsi notare dalla redazione dello storico giornale romano Marc’Aurelio, per il quale inizia a realizzare periodicamente vignette umoristiche assieme al giovane collega e futuro compagno d’armi filmiche Federico Fellini, tutto ciò mentre porta avanti i priori studi di giurisprudenza e un’ulteriore collaborazione presso la rivista Il travaso delle idee. Sono gli anni dell’immediato dopoguerra, in un’Italia ancora devastata dalla recessione e dalle macerie ma vogliosa di voltare pagina grazie ai capolavori neorealisti di Rossellini e Visconti, un paese però già timidamente affacciata ai vezzi e sollazzi del futuro genere della commedia popolare. Ed è proprio in questo nascente e già promettente registro che il giovane Scola, affiancato dall’esperienza di Ruggero Maccari, inizia a scrivere le sue prime sceneggiature cinematografiche, nel frattempo instaurando una proficua collaborazione con la RAI, per la quale realizza moltissimi testi dedicati a trasmissioni radiofoniche e televisive, tra cui vanno certamente ricordate le celeberrime scenette a cadenza settimanale interpretate da un debuttante e misconosciuto Alberto Sordi nella trasmissione “Vi parla Alberto Sordi”, in onda dal 1949 al 1951.

Dopo una decennale e intensa carriera da sceneggiatore – fondamentale per farsi le ossa nella costruzione drammaturgica e affinare la propria tecnica narrativa – il suo battesimo dietro la macchina da presa avviene nel 1964 grazie alla commediola Se permette parliamo di donne con protagonista nientemeno che Vittorio Gassman (uno dei suoi futuri attori feticcio assieme a Sordi e Mastroianni) proseguendo l’anno successivo con l’episodio “Il vittimista” contenuto nel film collettivo Thrilling, chiudendo poi in bellezza il proprio esordio con i successivi La congiuntura (1965) e L’arcidiavolo (1966), tutte pellicole in cui è per l’appunto Gassman a porsi come presenza fissa e imprescindibile. In realtà la prima opera a far emergere il genio precoce del futuro maestro vede la luce solo nel 1968, quando con Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? Scola suggella definitivamente il proprio patto di sangue col cinema e dimostra di aver già raggiunto un livello qualitativo e autoriale d’indubbio valore, grazie anche al trio d’eccellenza formato da Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier.

Nel corso della propria produzione artistica Scola ha deciso di legarsi più volte a una serie di interpreti che, facendo leva sulle proprie peculiari qualità macchiettistiche, hanno saputo meglio di altri dare sfogo alla poetica grottesca e irrisoria con cui il regista campano ha cercato di infarcire le proprie pellicole, sempre all’insegna di un attento esame entomologico-sociologico delle idiosincrasie e delle belle (brutte) abitudini di un paese da sempre adagiato su un idilliaco lassez-faire. Dopo Gassman è per l’appunto Sordi uno dei grandi volti-icona del cinema scoliano, un personaggio stravagante che darà vita a ben quattro collaborazioni a cominciare dal già citato Riusciranno i nostri eroi… passando attraverso La più bella serata della mia vita (1972) e tre dei sette episodi del film collettivo I nuovi mostri (1977), per concludersi col celebre e discusso Romanzo di un giovane povero (1995).

Dopo aver dimostrato il proprio valore registico e le indiscusse capacità di cantore del grottesco attraverso due pellicole di grande potenza quali Il commissario pepe (1969) e Damma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca (1970), Scola raggiunge la prima vera punta di diamante della sua carriera nel 1974, quando dirige Gassman, Manfredi, Stefano Setta Flores e Stefania Sandrelli in C’eravamo tanto amati, ruvida e nostalgica commedia – premiata al Festival Internazionale di Mosca – che descrive oltre trent’anni della storia italiana attraverso le varie vicessitudini pubbliche e private dei quattro irriverenti protagonisti, dimostrando una peculiare capacità di sintesi e di critica sociale attraverso lo sguardo storiografico che diventerà un’altra marca stilistica imprescindibile del suo cinema, oltre alla presenza dei celebri e simpatici cammei di Mike Buongiorno e dell’amico di sempre Fellini.

Il 1976 Scola dirige un brutale, lercio e irriconoscibile Manfredi nello splendido Brutti, sporchi e cattivi, opera di denuncia sociale sul tema della condizione disagiata delle baraccopoli dei litorali romani, ad oggi considerata fra i massimi esempi artistici del cinema italiano e, a ragione, il vero capolavoro dell’autore, un film per il quale la critica internazionale ha coniato nientemeno che l’etichetta di « neo-espressionismo» e che ricevette il premio alla regia durante il 29° Festival di Cannes. Dopo la parentesi satirica dedicata al mondo della televisione di Signore e signori, Buonanotte (1976) – piccola antologia episodica che raccoglie le regie condivise dei più grandi autori della commedia nostrana del tempo, tra cui spiccano i celebri colleghi d’arme Nanni Loy, Luigi Comencini, Mario Monicelli e Furio Scarpelli – dopo nemmeno due anni dal successo della croisette ecco venire alla luce Una giornata particolare (1977), secondo masterpiece scolano e primo vero esempio di un cinema intimista in cui l’autore si confronta nuovamente col dramma storico (questa volta in pieno periodo fascista), dipingendo un kammerspiel che descrive l’insolito pomeriggio di due vicini di casa in un condominio popolare – interpretati magistralmente da Sofia Loren e Marcello Mastroianni – rimasti soli durante l’adunata collettiva del sabato. Sarà inoltre la prima di ben quattro nomination ai premi Oscar (purtroppo tutte mancate) come miglior film straniero, dimostrando dunque l’indiscusso valore e l’innegabile riconoscimento internazionale del proprio lavoro di cineasta, dentro e fuori dagli ambienti festivalieri e delle rassegne di settore. Bisognerà attendere il 1983 con la terza nomination all’Oscar di Ballando Ballando – opera sperimentale che narra l’epopea sociale francese dalla Seconda Guerra Mondiale ai tardi anni ’80 senza usare dialoghi e servendosi soltanto di una colonna sonora formata da brani d’epoca suonati in una balera di paese – prima che Scola possa tornare a un livello artistico degno dei suoi precedenti lavori, conquistando ben quattro David di Donatello e il premio per la miglior regia al Festival di Berlino. Viene qui riproposta una tecnica compositiva – l’utilizzo di brani musicali come sottofondo e contrappunto ai cambiamenti storici e alla contestualizzazione sociale degli eventi – che già con Una giornata particolare aveva dimostrato di adattarsi perfettamente all’estetica nostalgica di cui Scola diventerà maestro indiscusso della propria epoca.

Gli anni ’80 in realtà iniziano in maniera decisamente ottimale, grazie al grande successo di pubblico (ma non di critica) del polemico (e dichiaratamente politico) La terrazza (1980), dove i volti iconici di Mastroianni, Tognazzi, Gassman e Jean-Louis Trintignan descrivono la decadenza degli ideali comunisti all’interno di un gruppo di intellettuali borghesi, un film di grande impatto capace di portarsi a casa ben due Nastri d’Argento e due premi a Cannes, uno per la migliore sceneggiatura – firmata con Age e Scarpelli – e il secondo per la migliore interpretazione femminile da non protagonista di Carla Gravina. Maccheroni (1985) e Che ora è? (1989) segnano le ultime collaborazione di Scola col fidato amico Mastroianni – chiamato qui ad affiancare due grandi colleghi del calibro di Jack Lemmon e Massimo Troisi – dando vita a due delle sue opere più taglienti e piene di sincera nostalgia, lo stesso sentimento che si respira anche in Splendor (1989), commossa dedica metanarrativa al mondo dei piccoli cinema di paese destinati a lasciare il passo ai nuovi multisala, indice di un’Italia e di un mondo che stanno cambiando e dove solo la lucida e flemmatica determinazione di Troisi stesso sembrano poter lenire, solo in parte, il dolore di una perdita così grande.

Nel 1987 con La famiglia – premiato con sei David di Donatello, sei Nastri d’Argento, due Globi d’oro, una quarta nomination agli Oscar come miglior film straniero e ben dodici Ciack d’oro – Scola aveva già avviato la sofferta procedura con cui congedare il primo e più grande dei suoi interpreti, un Vittorio Gassman che avrebbe terminato il suo sodalizio col regista campano solo nel 1998 grazie a La cena, opera crepuscolare in cui ancora una volta politica, famiglia e società si mescolano per raccontare con toni irriverenti ma al contempo spietati i cambiamenti e le trasformazioni in atto nel corso del turbolento fine millennio, all’insegna di una cultura allo sbando e senza più valori né punti di riferimento.

Dopo il divertissement in costume di Il viaggio di Capitan Fracassa (1990) e l’impronta drammatica non particolarmente riuscita di Mario, Maria e Mario (1993), la carriera di Scola si proietta nel nuovo millennio con l’ultima incursione storico-drammatica di Concorrenza sleale (2001) in cui figura un ottimo Diego Abatantuono, prima di passare ai due cortometraggi collettivi di denuncia Un altro mondo è possibile (2001) e Lettere dalla Palestina (2002), sino ad arrivare all’ultimo atto d’amore in stile grottesco e macchiettistico di Gente di Roma (2003), opera ibrida fra fiction e documentario, molto simile a un film-saggio dedicato alla popolazione della città che lo ha ospitato e che è divenuta sua nuova sede elettiva sin dalla più tenera età. Dopo aver ricevuto il David alla carriera nel 2011 e il discusso Gran Premio al Torino Film Festival (restituito con la promessa di ritirarlo solo a conclusione dei lavori di manutenzione dal Museo Nazionale del Cinema), nel 2013 la sua produzione termina con un ultimo atto di stima e affetto, questa volta verso il suo amico e collega di penna (e di pellicola) Federico Fellini, al quale dedica il docufilm Che strano chiamarsi Federico, un ritratto intimo e sincero nel quale viene ricostruita la genesi e la maturità del celebre cineasta riminese attraverso aneddoti che riguardano proprio il tempo passato alla redazione del Marc’Aurelio, fucina che avrebbe dato ad entrambi gli autori i propri natali creativi.

Si è spento a 84 Ettore Scola, lontano dai riflettori e da quel pubblico che lo ha sempre ammirato e sostenuto tanto in patria quanto all’estero. Si è spento in modo più sereno e meno tragico del compianto collega Monicelli, lasciandosi alle spalle una carriera composta di 39 pellicole, un centinaio di sceneggiature cinematografiche e televisive – così come celebri testi di varietà radiofonico – una carriera dominata dalla capacità di raccontare noi stessi, il nostro paese e le nostre pecche sempre con un occhio vigile da cui spunta una lacrima di riso e di pianto. Nel 2014 Marco Dionisi e Nevio De Pascalis, per conto dell’associazione Cultitaly, hanno deciso di realizzare una grande mostra monografica dal titolo Piacere, Ettore Scola, allestita in anteprima nazionale in Irpinia, il territorio di origine del regista, un progetto che ha voluto finalmente dare il giusto tributo artistico a un uomo e a un artista che come (e forse più) di altri suoi contemporanei è riuscito a dare un forte contributo d’immagine e di contenuti al cinema partenopeo, un autore che, citando la celebre frase di pronunciata da Gassman in La terrazza era solito ammonire gli altri e sé stesso affermando: «…ormai siamo tutti così: personaggi drammatici che si manifestano solo comicamente!». Quale miglior sunto di un cinema dove lacrima e riso hanno vissuto, e continuano a vivere, sullo stesso livello di significato e di intensità!

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