Il collezionista di carte: la spiegazione del finale del film di Paul Schrader

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Con Il collezionista di carte (leggi qui la recensione), Paul Schrader torna a esplorare uno dei territori che definiscono da decenni il suo cinema: uomini segnati dalla colpa, incapaci di reintegrarsi nel mondo e costretti a convivere con un passato che continua a esercitare il proprio peso sul presente. Dopo opere come American Gigolo, First Reformed e prima di Il maestro giardiniereIl collezionista di carte, il regista costruisce ancora una volta un protagonista che tenta di disciplinare la propria esistenza attraverso rituali quotidiani, nella speranza che l’ordine esteriore possa contenere il caos interiore.

Il finale del film, però, dimostra che questa strategia è destinata a fallire. La vicenda di William Tell non conduce verso una liberazione, bensì verso una forma di accettazione della propria natura e delle proprie responsabilità. L’epilogo, volutamente essenziale e carico di ambiguità, non offre una redenzione tradizionale. Propone invece una riflessione sul senso della colpa, sulla responsabilità individuale e sull’impossibilità di cancellare la violenza una volta che è entrata nella propria identità.

Come Paul Schrader trasforma un thriller sul gioco d’azzardo in una riflessione sulla colpa e sulla responsabilità

Oscar Isaac nel film Il collezionista di carte

Fin dalle prime scene, Il collezionista di carte lascia intendere che il poker rappresenta soltanto la superficie del racconto. William Tell, interpretato da Oscar Isaac, attraversa casinò anonimi vivendo secondo una disciplina quasi monastica: camere d’albergo spoglie, routine identiche, emozioni sempre controllate. Quel rigore richiama direttamente molti protagonisti della filmografia di Schrader, uomini che cercano di anestetizzare il dolore attraverso regole rigidissime.

Il passato di William emerge progressivamente. Ex militare coinvolto negli abusi del carcere di Abu Ghraib, ha scontato una condanna mentre il suo superiore, il maggiore Gordo, ha evitato conseguenze significative. Quando incontra Cirk, figlio di un altro soldato coinvolto nello scandalo, il protagonista vede la possibilità di interrompere una spirale di violenza che conosce fin troppo bene.

In questa prospettiva il film si allontana dalle convenzioni del revenge movie. L’obiettivo non consiste nell’eliminare il responsabile principale, ma nel comprendere quanto la colpa sia condivisa. William ha ormai capito che scaricare ogni responsabilità su Gordo significherebbe mentire anche a se stesso. È questa consapevolezza a rendere il personaggio molto più complesso di un semplice ex soldato in cerca di vendetta.

Perché il piano di William fallisce e cosa accade davvero nel finale del film

Il collezionista di carte film

William prova a salvare Cirk seguendo l’unico metodo che conosce: offrire denaro, stabilità e una possibilità concreta di ricominciare. Arriva persino a terrorizzarlo simulando gli interrogatori praticati ad Abu Ghraib, nella speranza di mostrargli l’orrore che si nasconde dietro il desiderio di vendetta.

Per un momento sembra che il ragazzo abbia rinunciato ai propri propositi. William gli consegna il denaro necessario per saldare i debiti universitari e gli suggerisce di ricostruire il rapporto con la madre. La realtà, però, prende una direzione opposta. Cirk raggiunge comunque la casa di Gordo per ucciderlo, convinto che quella sia l’unica strada possibile.

Il piano si conclude in tragedia. Gordo reagisce sparando al giovane, che muore sul posto. Quando William apprende la notizia comprende di avere fallito proprio nell’unica impresa che avrebbe potuto dare un senso alla sua esistenza fuori dal carcere.

A quel punto prende una decisione estrema. Si reca nell’abitazione di Gordo, lo sottopone alle stesse torture praticate anni prima ad Abu Ghraib e infine lo uccide. Dopo aver compiuto l’omicidio, non tenta alcuna fuga. Si consegna spontaneamente alla polizia, quasi riconoscendo che il proprio destino fosse già scritto molto tempo prima.

Il significato della vendetta, della colpa e dell’impossibilità di cancellare il passato

Oscar Isaac e Tye Sheridan in Il collezionista di carte

L’aspetto più interessante del finale riguarda il modo in cui Schrader interpreta la vendetta. Il regista non la presenta come uno strumento di giustizia, bensì come un meccanismo che perpetua il trauma. Cirk crede che eliminare Gordo possa restituire dignità al padre e dare un senso alla propria rabbia. William sa invece che nessun assassinio può cancellare ciò che è accaduto.

Il protagonista porta dentro di sé una consapevolezza che il ragazzo non possiede ancora: anche chi obbedisce agli ordini resta responsabile delle proprie azioni. Per questo motivo non riesce mai a considerarsi una vittima assoluta. Ha pagato con il carcere, ma quella pena non è bastata a liberarlo dal peso morale delle torture inflitte ai prigionieri.

Quando decide di uccidere Gordo, William sceglie deliberatamente di rinunciare alla fragile normalità costruita negli anni. La relazione con La Linda, la carriera nel poker e la possibilità di una vita diversa vengono sacrificate perché il protagonista comprende di appartenere ancora al proprio passato.

L’omicidio assume quindi un significato paradossale. È un gesto moralmente indifendibile, che tuttavia nasce dalla convinzione di dover affrontare direttamente il male invece di continuare a contenerlo attraverso la disciplina quotidiana.

Il ritorno in prigione e il gesto finale con La Linda spiegano la vera evoluzione di William Tell

Oscar Isaac e Tiffany Haddish in Il collezionista di carte

L’ultima sequenza mostra William nuovamente in carcere. Per molti spettatori questa conclusione può apparire pessimistica, ma nel cinema di Paul Schrader il ritorno alla prigione possiede un valore simbolico molto più profondo.

Per anni William aveva cercato di ricreare all’esterno la stessa struttura ordinata della detenzione. Le camere perfettamente organizzate, le routine immutabili e l’isolamento emotivo rappresentavano una prigione volontaria costruita per mantenere sotto controllo i propri demoni. Tornare dietro le sbarre significa quindi interrompere quella finzione e accettare definitivamente la propria condizione.

L’incontro con La Linda costituisce l’unico momento di autentica apertura emotiva del finale. La donna appoggia un dito contro il vetro che li separa e William ripete lo stesso gesto dall’altra parte. È una scena che richiama volutamente Pickpocket di Robert Bresson, uno dei film più influenti nella formazione artistica di Schrader.

Quel contatto impossibile suggerisce che il protagonista, pur avendo perso ogni libertà, riesca finalmente a essere visto per ciò che è davvero. La Linda non giustifica le sue azioni, ma sembra comprenderne il percorso umano. Per William questo riconoscimento vale più di qualsiasi assoluzione.

Il vero significato del finale de Il collezionista di carte va oltre la redenzione

Oscar Isaac in Il collezionista di carte

L’epilogo di Il collezionista di carte evita qualsiasi consolazione. Paul Schrader non costruisce un racconto sulla possibilità di cancellare il passato, bensì sulla difficoltà di convivere con le proprie responsabilità. William non diventa un eroe, né ottiene una vera redenzione. Arriva piuttosto a riconoscere che alcune ferite continuano a definire un’esistenza anche dopo avere scontato una pena.

Il film suggerisce inoltre una riflessione più ampia sulla responsabilità collettiva. Lo scandalo di Abu Ghraib non viene presentato come l’opera di pochi individui corrotti, ma come il prodotto di un sistema nel quale alcuni hanno pagato mentre altri sono rimasti impuniti. La vicenda personale di William diventa così il punto di accesso a una riflessione politica e morale che supera il singolo personaggio.

L’ultima immagine lascia quindi lo spettatore davanti a una domanda più che a una risposta. È possibile trovare pace dopo avere partecipato al male? Schrader non offre certezze. Suggerisce soltanto che la pace non coincide con la libertà, bensì con la piena accettazione della verità su se stessi, anche quando quella verità è dolorosa.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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