Quando Il diritto di contare (leggi qui la recensione) arrivò al cinema nel 2016, il film di Theodore Melfi portò sul grande schermo una pagina della storia della NASA rimasta per decenni lontana dalla memoria collettiva. La pellicola racconta il contributo fondamentale di tre matematiche afroamericane, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, donne che lavorarono al Langley Research Center della NASA durante gli anni della corsa allo spazio, in un periodo segnato dalle tensioni della Guerra Fredda e dalle profonde divisioni razziali degli Stati Uniti.
La domanda su cui si concentra il film è inevitabile: Il diritto di contare è basato su una storia vera? La risposta è sì, anche se la sceneggiatura si prende alcune libertà narrative per rendere più efficace il percorso emotivo delle protagoniste. Dietro i personaggi interpretati da Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe esistono realmente tre figure che contribuirono ai successi aerospaziali americani, aiutando missioni decisive come quella di John Glenn e il programma Apollo.
La vera storia di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson: le matematiche afroamericane che aiutarono la NASA a conquistare lo spazio
La storia raccontata da Il diritto di contare nasce negli anni Cinquanta, quando il programma spaziale americano era impegnato in una sfida tecnologica e politica contro l’Unione Sovietica. All’interno del National Advisory Committee for Aeronautics (NACA), che sarebbe poi diventato la NASA, lavoravano numerose donne impiegate come “computer umani”: matematiche incaricate di eseguire complessi calcoli necessari per progettare voli e traiettorie.
Tra queste c’era Katherine Johnson, una matematica dalle capacità straordinarie che entrò alla NACA nel 1953. Fin da bambina aveva mostrato un talento eccezionale per i numeri: si diplomò molto giovane e completò gli studi universitari a soli 18 anni. La sua carriera alla NASA la portò a diventare una delle figure più importanti nel settore della ricerca aerospaziale, anche se per molto tempo il suo lavoro rimase poco conosciuto al grande pubblico.
La sua precisione matematica fu fondamentale per alcune delle missioni più importanti della storia americana. Katherine Johnson analizzò la traiettoria della missione Freedom 7, che portò Alan Shepard a diventare il primo astronauta americano nello spazio, e soprattutto verificò manualmente i calcoli orbitali della missione Friendship 7 del 1962, quella che permise a John Glenn di diventare il primo americano a completare un’orbita terrestre.
La fiducia di Glenn nei suoi calcoli è uno degli episodi più celebri della sua carriera. Prima del lancio, l’astronauta chiese che fosse proprio Johnson a controllare i dati elaborati dal nuovo computer IBM della NASA, pronunciando una frase diventata simbolica: se lei avesse confermato che i calcoli erano corretti, allora sarebbe stato pronto a partire.
Accanto a Johnson lavorava Dorothy Vaughan, una matematica e dirigente che ebbe un ruolo altrettanto rivoluzionario. Nel 1949 diventò la prima donna afroamericana a ricoprire una posizione manageriale alla NACA, guidando la West Area Computing Unit, il reparto segregato nel quale lavoravano molte delle matematiche nere dell’ente.
Vaughan non fu soltanto una supervisora: intuì prima di molti altri l’importanza dell’informatica e imparò il linguaggio di programmazione FORTRAN per preparare il suo gruppo alla trasformazione digitale della NASA. Il suo lavoro contribuì al programma SCOUT, fondamentale per il lancio dei primi satelliti americani dopo il successo sovietico di Sputnik 1.
La terza protagonista è Mary Jackson, che nel 1958 diventò la prima donna afroamericana a ottenere il titolo di ingegnere della NASA. Per riuscirci dovette ottenere un permesso speciale dalla città di Hampton per frequentare corsi avanzati di matematica e fisica insieme a studenti bianchi presso l’Università della Virginia, superando le restrizioni imposte dalla segregazione.
Il contributo delle tre donne alla corsa allo spazio e la lotta contro le discriminazioni alla NASA
Il cuore della storia reale raccontata da Il diritto di contare riguarda il doppio ostacolo affrontato da queste donne: da una parte la complessità delle missioni spaziali, dall’altra un sistema sociale che limitava il loro riconoscimento professionale. Negli anni Sessanta, anche all’interno di un’organizzazione innovativa come la NASA, la segregazione razziale e le differenze di genere erano ancora presenti.
Il film rappresenta questo conflitto attraverso situazioni quotidiane e simboliche, alcune delle quali sono state adattate per esigenze cinematografiche. La scena in cui Katherine Johnson deve percorrere una lunga distanza per raggiungere un bagno riservato alle persone nere, per esempio, non è avvenuta esattamente come mostrato nel film. La stessa Johnson spiegò che lei non diede particolare importanza alla questione dei servizi igienici e utilizzò semplicemente quelli disponibili.
Tuttavia, il senso generale dell’episodio riflette una realtà storica: le donne afroamericane della NASA dovevano continuamente dimostrare il proprio valore in un ambiente costruito secondo regole che spesso le escludevano. Il film trasforma una serie di esperienze diffuse in un momento narrativo preciso, rendendo visibile una forma di discriminazione quotidiana meno evidente rispetto agli episodi più eclatanti del movimento per i diritti civili.
Anche il personaggio di Al Harrison, interpretato da Kevin Costner, rappresenta una semplificazione narrativa. Il dirigente della NASA che nel film sostiene Johnson e abbatte simbolicamente le barriere interne non corrisponde a una persona realmente esistita, ma raccoglie caratteristiche di diversi responsabili dell’epoca. La scelta serve a creare un punto di riferimento drammatico per raccontare il cambiamento culturale dell’agenzia.
La realtà storica, però, è ancora più complessa: il successo di Johnson, Vaughan e Jackson arrivò attraverso anni di lavoro e di competenza tecnica, in un contesto nel quale il riconoscimento professionale delle donne era spesso limitato. Katherine Johnson stessa ricordò che nei primi anni i nomi delle donne non venivano abitualmente inseriti nei rapporti scientifici, anche quando avevano contribuito in modo decisivo alla ricerca.
Il percorso di Mary Jackson dimostra inoltre come la battaglia non riguardasse soltanto il raggiungimento di un ruolo prestigioso, ma anche la possibilità di modificare dall’interno le istituzioni. Dopo quasi vent’anni come ingegnere, Jackson scelse di lavorare nei programmi dedicati alle pari opportunità, concentrandosi sull’assunzione e sulla crescita professionale di nuove generazioni di scienziati e matematici provenienti da ambienti diversi.
Dalle missioni Mercury al programma Apollo: come la storia vera delle protagoniste di Il diritto di contare arrivò fino alla Luna
Il contributo delle tre protagoniste si intrecciò con alcuni dei momenti decisivi della storia spaziale americana. La corsa allo spazio era diventata una questione di prestigio nazionale dopo il lancio sovietico di Sputnik 1 nel 1957 e il successivo volo di Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, nel 1961.
I calcoli di Katherine Johnson, il lavoro informatico di Dorothy Vaughan e le ricerche ingegneristiche di Mary Jackson contribuirono alla risposta americana a queste sfide. Il programma Mercury, che portò gli Stati Uniti a inviare astronauti nello spazio, rappresentò il primo grande banco di prova, ma il traguardo più importante sarebbe arrivato con il programma Apollo.
Negli anni successivi, Johnson lavorò alle traiettorie necessarie per le missioni lunari, compreso il complesso sistema di calcoli che avrebbe permesso agli astronauti di raggiungere e lasciare la superficie della Luna. Il suo contributo fu fondamentale anche per Apollo 13, quando fornì procedure utili per gestire l’emergenza che mise in pericolo l’equipaggio.
Il 20 luglio 1969, quando Neil Armstrong mise piede sulla Luna durante la missione Apollo 11, il lavoro di molte persone rimaste nell’ombra rese possibile quello storico momento. Per anni, però, i nomi delle matematiche e degli ingegneri che avevano sostenuto quelle imprese rimasero fuori dal racconto pubblico della conquista spaziale.
La riscoperta della loro storia arrivò soprattutto grazie al libro Hidden Figures: The American Dream and the Untold Story of the African American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, pubblicato nel 2016 e diventato la base per il film. L’opera riportò alla luce il contributo di queste professioniste, mostrando come la conquista dello spazio fosse stata il risultato di un lavoro collettivo molto più ampio rispetto alla sola figura degli astronauti.
Dopo la loro carriera alla NASA, tutte e tre ricevettero importanti riconoscimenti. Katherine Johnson fu insignita della Presidential Medal of Freedom nel 2015 e continuò a essere celebrata fino alla sua morte nel 2020, a 101 anni. Dorothy Vaughan e Mary Jackson ricevettero riconoscimenti postumi per il loro contributo alla storia scientifica americana.
La vera storia di Il diritto di contare dimostra come la conquista dello spazio sia stata anche una battaglia sociale
La vicenda raccontata da Il diritto di contare è quindi autentica, anche se il cinema modifica alcuni elementi per costruire un racconto più lineare e coinvolgente. Le principali missioni, il ruolo delle protagoniste e le difficoltà affrontate durante la loro carriera appartengono alla realtà storica, mentre alcune relazioni personali e personaggi secondari sono stati creati o adattati per esigenze narrative.
Il valore del film risiede soprattutto nella capacità di collegare una grande impresa tecnologica a una trasformazione sociale. La conquista della Luna viene spesso ricordata attraverso i nomi degli astronauti che raggiunsero lo spazio, ma dietro quelle immagini esisteva una rete complessa di scienziati, matematici, tecnici e professionisti che resero possibile il risultato.
La storia di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson racconta un cambiamento lento, costruito attraverso competenza e determinazione. Le loro carriere dimostrano che il progresso scientifico non nasce soltanto dalle grandi invenzioni, ma anche dalle persone che lavorano dietro le quinte affinché quelle invenzioni possano diventare realtà.
Per questo motivo Il diritto di contare non è soltanto un film sulla NASA o sulla corsa allo spazio: è il racconto di tre donne che hanno contribuito a cambiare il modo in cui la società americana guardava al talento, all’istruzione e alle possibilità offerte alle nuove generazioni.





