Quando Andrea Berloff porta sullo schermo Le regine del crimine, adattando l’omonima graphic novel di Ollie Masters e Ming Doyle, sceglie di raccontare un gangster movie da un punto di vista insolito. Ambientato nella Hell’s Kitchen della fine degli anni Settanta, il film utilizza le dinamiche della criminalità organizzata per riflettere sul potere, sull’emancipazione femminile e sul prezzo che comporta conquistare uno spazio in un mondo costruito dagli uomini.
Il finale del film può apparire come la consacrazione delle sue protagoniste ai vertici della mafia irlandese, ma la conclusione racconta qualcosa di molto più ambiguo. Le regine del crimine mostra infatti come il desiderio di autonomia finisca per contaminarsi con la stessa logica di violenza e compromesso che le donne avevano inizialmente cercato di combattere. L’ultima scena rappresenta una vittoria solo in apparenza, perché il potere conquistato impone sacrifici che trasformano profondamente chi lo ottiene.
Come Andrea Berloff rilegge il gangster movie trasformando tre mogli di criminali nelle vere protagoniste del potere
Il cinema mafioso ha spesso raccontato le organizzazioni criminali attraverso figure maschili carismatiche, lasciando alle donne un ruolo marginale, confinato alla famiglia o alla dimensione domestica. Andrea Berloff, sceneggiatrice candidata all’Oscar per Straight Outta Compton, ribalta questa prospettiva costruendo un racconto in cui le mogli dei gangster diventano progressivamente il vero motore dell’organizzazione.
La vicenda prende avvio quando i mariti di Kathy (Melissa McCarthy), Ruby (Tiffany Haddish) e Claire (Elisabeth Moss) vengono arrestati dall’FBI e condannati a tre anni di carcere. Convinti che l’organizzazione mafiosa continuerà a mantenere le loro famiglie, scoprono invece che il nuovo dirigente Little Jackie distribuisce appena il minimo indispensabile per sopravvivere, dimostrando quanto poco valore venga attribuito alle donne all’interno di quella struttura.
È proprio questa esclusione a spingere le tre protagoniste a reinventare il sistema criminale. Iniziano a gestire direttamente il racket di protezione, instaurano rapporti di fiducia con i commercianti del quartiere e conquistano rapidamente un’autorità che i vecchi boss avevano ottenuto attraverso la paura. Il film costruisce così un interessante ribaltamento del gangster classico: il potere nasce dall’efficienza e dalla capacità di amministrare il territorio prima ancora che dalla violenza.
Cosa succede nel finale e perché la guerra interna dimostra che il potere cambia inevitabilmente ogni equilibrio
La parte conclusiva del film inizia quando i mariti vengono scarcerati. È il momento che le protagoniste hanno temuto fin dall’inizio, perché il loro successo economico e criminale entra inevitabilmente in conflitto con l’ordine patriarcale che governava la famiglia O’Carroll.
Kevin pretende di riprendersi il comando dell’organizzazione, mentre Jimmy, marito di Kathy, vorrebbe riportare la moglie al tradizionale ruolo familiare. Ancora più brutale è il comportamento di Rob, che torna immediatamente a maltrattare Claire, incapace di accettare che la donna abbia costruito una nuova vita accanto a Gabriel. Quando l’uomo la aggredisce nuovamente, Claire lo uccide, scegliendo definitivamente di interrompere il ciclo di violenza domestica.
La situazione precipita quando il boss italiano Alfonso Coretti informa le donne che Kevin ha ordinato la loro eliminazione. Ruby reagisce commissionando l’assassinio del marito e degli uomini che lo sostengono, mentre Kathy ottiene che Jimmy venga escluso dalla lista. La tregua dura pochissimo: il giovane Colin, deciso a vendicare Kevin, uccide Claire prima di essere abbattuto da Gabriel.
La morte di Claire modifica profondamente gli equilibri tra le due protagoniste rimaste. Kathy scopre infatti che era stata proprio Ruby, anni prima, a collaborare con un agente dell’FBI provocando l’arresto dei loro mariti. La confessione cambia completamente la prospettiva dello spettatore: l’intera storia nasce da una scelta calcolata di Ruby, convinta che soltanto eliminando gli uomini avrebbe potuto ottenere il ruolo che desiderava.
Anche Jimmy, però, rivela il proprio volto. Pur essendo stato risparmiato, tenta di accordarsi con Coretti per estromettere Kathy dagli affari, dimostrando di non riuscire ad accettare il successo della moglie. Quando utilizza persino i figli come scudo nella trattativa, Kathy comprende definitivamente che il loro matrimonio è ormai irrecuperabile. Rinuncia quindi alla protezione offertagli e permette alla mafia italiana di eliminarlo.
La morte di Claire e il tradimento tra Kathy e Ruby raccontano il costo umano dell’emancipazione
La parte più interessante del finale riguarda il modo in cui il film evita qualsiasi idealizzazione delle sue protagoniste. La loro ascesa nasce da una legittima esigenza di sopravvivenza e indipendenza, ma il percorso le porta progressivamente ad adottare gli stessi strumenti utilizzati dagli uomini che avevano sostituito.
Claire rappresenta il caso più evidente. Vittima di anni di violenze domestiche, trova finalmente libertà accanto a Gabriel e diventa il personaggio che più sembra credere nella possibilità di una vita diversa. La sua morte interrompe questa prospettiva e suggerisce che, all’interno di quel sistema criminale, perfino chi cerca di cambiare le regole finisce travolto dalla spirale della vendetta.
Anche il rapporto tra Kathy e Ruby si deteriora progressivamente. La fiducia costruita durante l’ascesa lascia spazio alla diffidenza, fino alla resa dei conti finale. Ruby organizza infatti un’imboscata per eliminare Kathy e diventare l’unica leader della famiglia. È la conferma che il potere conquistato attraverso la violenza genera inevitabilmente nuovi conflitti, indipendentemente da chi lo eserciti.
La scelta di Gabriel aggiunge un’ulteriore sfumatura. Dopo la morte di Claire decide di abbandonare Ruby invece di partecipare al suo piano, riconoscendo che il legame che lo teneva nel mondo criminale è ormai scomparso. È uno dei pochi personaggi che comprende come la ricerca del dominio abbia ormai svuotato ogni rapporto umano.
Il confronto finale dimostra che il vero nemico non erano gli uomini, ma il sistema di potere della criminalità organizzata
L’ultima resa dei conti tra Kathy e Ruby assume un significato simbolico molto più ampio della semplice lotta per il comando. Kathy arriva preparata, avendo ricostruito l’alleanza con la famiglia O’Carroll, mentre Ruby scopre improvvisamente di essere rimasta isolata.
Ciò che rende significativa questa scena è la decisione di Kathy di non uccidere la sua ex alleata. Avrebbe la forza per eliminarla definitivamente, ma sceglie invece di imporre una nuova divisione del potere. È una scelta pragmatica, dettata dalla consapevolezza che una guerra interna indebolirebbe entrambe e favorirebbe le organizzazioni rivali.
Questa conclusione evidenzia come il film non racconti una rivoluzione morale. Kathy e Ruby non trasformano la mafia in qualcosa di diverso. Ne modificano la gestione, l’efficienza e gli equilibri interni, continuando però a operare attraverso intimidazioni, omicidi e alleanze con le famiglie italiane. L’emancipazione personale si realizza quindi all’interno di un sistema che resta profondamente violento.
Anche la confessione di Kathy al padre, durante il funerale di Jimmy, rappresenta un momento decisivo. Per la prima volta ammette apertamente di non aver costruito quell’impero soltanto per garantire un futuro ai figli. Lo ha fatto perché desiderava finalmente diventare padrona della propria vita. È una presa di coscienza che rende il personaggio molto più complesso, lontano da qualsiasi rappresentazione eroica.
Il significato del finale mostra come la conquista del potere abbia liberato le protagoniste senza salvarle davvero
L’ultima scena vede Kathy e Ruby progettare l’espansione dell’organizzazione verso Uptown. Apparentemente tutto si conclude con una vittoria: gli uomini che cercavano di controllarle sono morti, la famiglia O’Carroll è stata riorganizzata e il potere è finalmente nelle loro mani.
Eppure il finale conserva un tono profondamente amaro. Claire è morta, Jimmy è stato sacrificato, Kevin è stato eliminato e il rapporto tra Kathy e Ruby non è più fondato sull’amicizia, bensì su un fragile equilibrio di convenienza. Ogni conquista ha richiesto un prezzo elevatissimo.
È proprio questa ambiguità a rendere interessante Le regine del crimine. Il film evita di trasformare le protagoniste in simboli assoluti dell’emancipazione femminile e mostra come il potere, qualunque sia il volto di chi lo esercita, finisca per imporre compromessi morali sempre più pesanti.
La conclusione lascia quindi lo spettatore davanti a una domanda precisa: la libertà conquistata da Kathy e Ruby rappresenta davvero una vittoria oppure soltanto l’ingresso definitivo nello stesso meccanismo di violenza che aveva distrutto le loro vite? Le regine del crimine non offre una risposta definitiva, ma suggerisce che cambiare chi occupa il vertice di un’organizzazione non basta a trasformarne la natura.
LEGGI ANCHE: Le regine del crimine: la storia vera dietro il film


