Mi querida señorita: la spiegazione del finale del film

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Il cinema che affronta l’identità di genere tende spesso a muoversi tra due estremi: la rappresentazione sociale del conflitto e la dimensione intima della scoperta di sé. Mi querida señorita, disponibile su Netflix, si colloca esattamente in questo spazio intermedio, costruendo un racconto che non si limita a descrivere una crisi identitaria, ma la trasforma in un percorso di progressiva disarticolazione delle certezze sociali, familiari e corporee. Il film mette in scena un’esistenza costruita sulla rimozione della verità biologica e psicologica della protagonista, Adela, e la sua successiva esplosione quando quella verità viene finalmente alla luce.

Il punto di forza del film non risiede soltanto nella sua componente narrativa, ma nella sua capacità di trasformare la scoperta dell’intersex in una riflessione più ampia sulla costruzione sociale del genere. La storia non procede come un semplice dramma di rivelazione, ma come una progressiva erosione dell’identità imposta, che porta la protagonista a ridefinire ogni relazione, ogni desiderio e ogni struttura affettiva. Il finale diventa così il momento in cui la narrazione smette di essere una ricerca di “chi si è davvero” e diventa una domanda più complessa: cosa significa esistere fuori dalle categorie?

Elisabeth Martínez In Mi querida senorita

Il contesto di Mi querida señorita tra remake, sguardo contemporaneo e tradizione del melodramma queer

Mi querida señorita nasce come rilettura di un film del 1972, ma la sua rielaborazione contemporanea non si limita a un aggiornamento estetico o narrativo. Il lavoro si inserisce in una tradizione cinematografica spagnola che ha spesso interrogato il corpo come spazio politico, intrecciando melodramma e critica sociale. Il riferimento al film originale non è puramente citazionale: serve piuttosto a riattivare un discorso che oggi si colloca all’interno di una sensibilità più esplicitamente queer e post-identitaria.

La regia costruisce infatti un impianto che oscilla tra realismo domestico e deriva simbolica, dove la quotidianità di Pamplona diventa il primo dispositivo di controllo. L’ambiente familiare, l’educazione religiosa, la routine lavorativa: tutto concorre a definire Adela dentro una gabbia normativa che precede qualsiasi consapevolezza personale. In questo senso, il film dialoga indirettamente con altre narrazioni di formazione queer europee, ma evita la linearità del coming-of-age classico, preferendo una struttura frammentata in cui la scoperta non coincide mai con una semplice “rivelazione”, ma con una progressiva disintegrazione dell’identità precedente.

Il finale di Mi querida señorita: la fuga, il ritorno e la sospensione dell’identità tra Adela e il mondo

Il finale del film non si chiude con una riconciliazione, ma con una sospensione. Dopo il percorso a Madrid, dopo la trasformazione in AD e il tentativo di ridefinire il proprio corpo attraverso la transizione ormonale, la protagonista ritorna a Pamplona non per ricomporre il legame familiare, ma per chiudere una serie di conti affettivi rimasti irrisolti. Il confronto con Santi diventa emblematico: un uomo che aveva costruito un’idea di Adela coerente con una norma eteronormativa, e che ora si trova davanti a una soggettività che non rientra più in alcuna forma riconoscibile.

La scena assume un valore interpretativo preciso perché mostra come il riconoscimento sociale non possa essere separato dal riconoscimento emotivo. Santi non riesce a incontrare davvero Adela nel presente, così come Adela non riesce più a sostenere la propria immagine precedente. Il dialogo diventa impossibile, e il gesto economico — il trasferimento delle quote a favore di Angela — assume un valore simbolico: la rinuncia a un passato che non può più essere abitato. Il finale non offre una chiusura narrativa tradizionale, ma un’interruzione del legame come forma di liberazione.

Nagore Aranburu, Anna Castillo e Elisabeth Martínez In Mi querida senorita

Corpo, controllo e identità: la lettura tematica di Mi querida señorita tra biopolitica e desiderio

Il cuore del film si articola attorno a una riflessione sul corpo come luogo di imposizione sociale. Adela non scopre semplicemente una verità biologica, ma prende coscienza di essere stata costruita attraverso un sistema di controllo che ha agito sul suo corpo prima ancora che sulla sua identità. L’intervento medico infantile, la somministrazione ormonale, la narrazione familiare: tutto contribuisce a definire un’identità che precede il soggetto stesso.

Il passaggio a Madrid e la trasformazione in AD rappresentano un tentativo di ribaltamento che però non risolve la tensione iniziale. Il corpo maschile costruito attraverso la testosterone diventa a sua volta una nuova forma di gabbia, segno che la risposta al controllo non può essere semplicemente la sostituzione di una categoria con un’altra. Il film lavora su questa ambiguità in modo costante, mostrando come ogni tentativo di definizione finisca per generare una nuova forma di confinamento.

In questo quadro, anche le relazioni affettive assumono una funzione strutturale. Isabel, Patricia e Santi non sono semplici figure narrative, ma dispositivi attraverso cui il film esplora diversi modelli di riconoscimento: desiderio, solidarietà, aspettativa sociale. Nessuno di questi modelli si dimostra sufficiente a contenere la complessità di Adela, che rimane sempre eccedente rispetto a ciò che viene proiettato su di lei.

La funzione di Patricia e il club come spazio liminale di ridefinizione del sé

All’interno del percorso di AD, il lavoro nel club gestito da Patricia rappresenta uno dei momenti più significativi dal punto di vista simbolico. Non si tratta semplicemente di un luogo di lavoro alternativo, ma di uno spazio liminale in cui le categorie sociali vengono sospese. Il club diventa un laboratorio di identità fluide, dove il corpo non è giudicato secondo parametri morali o biologici, ma funzionali a un’economia del desiderio e della relazione.

Patricia, con la sua posizione marginale e la sua consapevolezza del proprio corpo come spazio pubblico, agisce come catalizzatore della trasformazione di AD. Non propone una soluzione, ma introduce una prospettiva: la possibilità di vivere senza dover rispondere a un sistema coerente di definizioni. Il film utilizza questa relazione per spostare il discorso dall’identità come problema alla soggettività come processo instabile, continuamente ridefinito dalle interazioni.

Elisabeth Martínez nel film Mi querida senorita

Il significato del finale di Mi querida señorita e la sua apertura radicale sull’identità queer

Il finale del film non risolve il conflitto identitario di Adela, ma lo trasforma in una condizione permanente. Il ritorno a Pamplona non è un ritorno all’origine, ma il riconoscimento dell’impossibilità di un’origine stabile. L’incontro mancato con Santi, la distanza da Isabel e la memoria della famiglia costruiscono un paesaggio emotivo in cui il passato non viene superato, ma integrato come frammento irrisolto.

In questo senso, il film rifiuta qualsiasi idea di “guarigione” o di definizione finale dell’identità queer. La conclusione suggerisce che l’unica forma di esistenza possibile per Adela non sia quella di appartenere a una categoria, ma di attraversarle continuamente senza fissarsi in nessuna. La sequenza finale nel museo con la nonna introduce un ulteriore livello di lettura: la memoria familiare come unico spazio in cui il riconoscimento non è normativo ma affettivo, non prescrittivo ma relazionale.

Il possibile “seguito” del film non è dunque narrativo, ma esistenziale. Non riguarda ciò che accadrà ad Adela, ma la possibilità di continuare a esistere senza essere ridotti a una definizione stabile. In questo senso, Mi querida señorita si chiude come un’opera aperta, in cui il finale non rappresenta una conclusione, ma l’inizio di una consapevolezza più radicale: l’identità non è un punto di arrivo, ma una tensione permanente tra corpo, linguaggio e sguardo sociale.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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