My Dearest Assassin, spiegazione del finale: cosa significa il sacrificio finale?

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Con il suo mix di melodramma romantico, action orientale e thriller sanguinoso, My Dearest Assassin costruisce un finale sorprendentemente tragico e malinconico. Il film thailandese Netflix diretto da Taweewat Wantha parte come una storia di assassini cresciuti nell’ombra, ma finisce per trasformarsi in un racconto sul sacrificio, sull’autonomia del corpo e sull’amore vissuto come atto di sopravvivenza. Negli ultimi minuti, infatti, il film abbandona quasi completamente la dimensione spettacolare dell’action per concentrarsi sulle conseguenze emotive della violenza e sul peso delle scelte dei protagonisti.

Il finale lascia però diverse domande aperte, soprattutto riguardo al destino di Pran e M, al significato simbolico dello scambio di sangue con Lhan e all’identità del bambino mostrato nell’epilogo. Ma soprattutto, My Dearest Assassin utilizza il suo climax per ribaltare completamente il tema centrale della storia: il sangue, inizialmente trattato come merce da sfruttare, diventa progressivamente il simbolo di un legame umano che nessuno può comprare o controllare.

Pran e M muoiono davvero nel finale e il film usa il loro sacrificio per ribaltare il significato del sangue raro di Lhan

Sì, il finale suggerisce chiaramente che sia Pran che M muoiono durante lo scontro conclusivo contro Mala. Dopo l’assalto finale, Lhan riesce finalmente a sconfiggere il cacciatore che ha distrutto la sua famiglia anni prima, mentre Pran e M eliminano Blue e sembrano aver fermato definitivamente l’organizzazione rivale. Tuttavia, il loro errore più grande è lasciare viva Chaba anche solo per pochi secondi. È infatti Chaba ad aprire il fuoco contro l’auto in fuga del trio, colpendo gravemente Lhan al petto.

Da quel momento il film cambia tono. Non è più una sequenza action costruita sul combattimento, ma una lunga scena di sacrificio. La ferita di Lhan provoca una perdita di sangue enorme e Pran comprende immediatamente che non esiste abbastanza tempo per raggiungere un ospedale. È qui che il film compie il suo ribaltamento narrativo più importante: per tutta la storia Lhan è stata trattata come una “riserva vivente” di sangue rarissimo, una persona privata della libertà perché il suo corpo aveva un valore economico. Nel finale, invece, è Pran a scegliere volontariamente di dare il proprio sangue per salvarla.

La scena assume così un valore simbolico potentissimo. All’inizio del film avevamo visto un uomo ucciso brutalmente affinché il suo sangue potesse prolungare la vita di un CEO corrotto e malato. Qui accade il contrario: il sangue non viene più estratto attraverso la violenza o il potere, ma donato liberamente come gesto d’amore assoluto. Pran sa perfettamente che l’operazione probabilmente lo ucciderà, soprattutto dopo aver assunto anticoagulanti per accelerare il trasferimento di sangue, eppure continua fino alla fine.

Parallelamente, anche M affronta il proprio destino. Il suo combattimento con Chaba è disperato e brutale, quasi animalesco, e termina quando Chaba riesce a colpirlo mortalmente con un coltello. Sebbene il film non mostri esplicitamente il momento esatto della morte dei due personaggi, l’inquadratura successiva con i corpi senza vita sullo sfondo conferma implicitamente che sia Pran che M non sopravvivono.

Il figlio mostrato nell’epilogo è quasi certamente il bambino di Pran e Lhan e rappresenta l’eredità emotiva del film

L’epilogo ambientato anni dopo suggerisce con forza che il bambino mostrato accanto a Lhan sia il figlio avuto con Pran. Considerando che Pran muore subito dopo la fuga finale, il film lascia intendere che il bambino sia stato concepito durante la relazione tra i due prima dello scontro conclusivo. Ma ciò che conta davvero non è tanto la rivelazione narrativa, quanto il significato simbolico della sua presenza.

Il bambino eredita infatti lo stesso rarissimo gruppo sanguigno aurum, trasformandosi automaticamente in un nuovo bersaglio potenziale. È qui che My Dearest Assassin crea una struttura ciclica molto interessante. Anni prima, il padre di Pran aveva costruito House 89 per proteggere il figlio dal mondo esterno e impedire che il suo sangue venisse sfruttato. Ora Lhan si ritrova nella stessa posizione: una madre costretta a proteggere il proprio figlio da un sistema pronto a trasformare il suo corpo in una risorsa da consumare.

La differenza fondamentale, però, è che Lhan sceglie una strada diversa. Se il padre di Pran credeva nella protezione assoluta e nell’isolamento, Lhan sembra aver capito che vivere in gabbia non è davvero vivere. Tornata in Vietnam, conduce infatti una vita apparentemente più libera e normale, pur restando pronta a combattere. Il vecchio negozio di antiquariato continua a esistere, ma non appare più come una prigione nascosta dietro il mestiere degli assassini. Per la prima volta, House 89 sembra avvicinarsi a quella normalità che Lhan desiderava fin dall’inizio.

Il dettaglio più importante arriva però quando Lhan spiega perché non permetterà mai più a nessuno di prelevare il suo sangue. Non si tratta soltanto di autodeterminazione o paura: il sangue che ora scorre nel suo corpo contiene anche quello di Pran. Perdere quel sangue significherebbe perdere l’ultimo legame fisico con la persona che ha sacrificato tutto per salvarla. È una scelta romantica ma anche profondamente tragica, perché trasforma il corpo stesso di Lhan in un memoriale vivente.

Lhan uccide finalmente il cacciatore e chiude il ciclo di vendetta iniziato con la morte della sua famiglia

My Dearest Assassin film

Uno degli aspetti più interessanti del finale è che il cacciatore sopravvive inizialmente allo scontro finale. Per qualche minuto sembra quasi che il film voglia lasciare aperta la possibilità di una minaccia futura, ma l’epilogo chiarisce che Lhan non ha mai davvero abbandonato la sua vendetta.

Anni dopo, riesce infatti a rintracciarlo e ad attirarlo con un’esca legata alla sua ossessione per gli oggetti antichi. La scena finale tra i due è estremamente significativa perché non viene costruita come un classico showdown action. Lhan ormai non combatte più per rabbia o sopravvivenza immediata; agisce con calma, controllo e consapevolezza. Quando lo colpisce mortalmente, utilizza esattamente le tecniche che Pran le aveva insegnato riguardo ai punti vulnerabili del corpo umano.

È una chiusura narrativa molto coerente. Il cacciatore aveva marchiato Lhan per sempre uccidendole la famiglia e trasformandola in una preda umana. Uccidendolo con le abilità apprese grazie a Pran, Lhan unisce finalmente tutte le parti della propria identità: la bambina sopravvissuta, l’assassina addestrata e la donna che ha imparato a scegliere autonomamente il proprio destino.

Il vero significato del finale di My Dearest Assassin non è la vendetta ma la libertà di scegliere il proprio corpo e la propria vita

My Dearest Assassin netflix

Sotto la superficie da thriller action, My Dearest Assassin parla continuamente del controllo sul corpo umano. Tutta la storia nasce infatti dal desiderio di uomini potenti di appropriarsi del sangue raro di altre persone per prolungare artificialmente la propria vita. Lhan cresce quindi trattata più come una risorsa biologica che come un essere umano libero.

Il finale ribalta completamente questa logica. Il sangue non è più qualcosa che viene rubato o commerciato, ma diventa il simbolo di un legame costruito sul sacrificio volontario. Per questo la morte di Pran assume un valore così potente: lui non salva Lhan soltanto fisicamente, ma le restituisce la possibilità di decidere della propria vita.

Anche il destino di House 89 riflette questa trasformazione. Alla fine non resta quasi nessuno vivo, e l’antica rivalità tra assassini porta praticamente all’annientamento di entrambe le fazioni. Ma il film suggerisce che questa distruzione fosse inevitabile. Il mondo degli assassini, fondato sulla violenza e sulla sopravvivenza attraverso il sangue, non poteva continuare a esistere senza consumare sé stesso.

Lhan rimane così l’unica sopravvissuta, ma non come erede di un’organizzazione criminale. Rimane come custode della memoria di chi si è sacrificato per darle una possibilità diversa. Ed è probabilmente questo il significato più profondo del finale: non la vittoria sulla morte, ma la conquista della libertà di vivere senza essere posseduti da qualcuno.

Redazione
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