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“In ogni professione si trova la propria strada, mio padre faceva il giornalista come se fosse stato un pellegrino pagato per soddisfare la sua curiosità”. Con questa bella immagine del padre Tiziano, Folco Terzani accoglie i giornalisti alla conferenza stampa di La fine è il mio inizio, film che racconta gli ultimi mesi del grande giornalista e scrittore fiorentino.

“Era curioso delle cose e della vita, gli interessava la guerra, ed è andato di persona in Vietman; gli interessava il fenomeno della giustizia ed è entrato nella Cina comunista, dove si stava verificando il più grande esperimento sociale che la storia ricordi. La sua biblioteca non era piena di testi di giornalismo ma di libri di esploratori e la sua vita per lui aveva un senso epico. Il suo era uno stile di vita, non solo un lavoro”.

Elio Germano che nel film interpreta proprio Folco Terzani ha parlato della lavorazione del film come vera e propria esperienza: “Questo film mi ha presa per mano, mi ha portato a pensare a cose alle quali in genere non penso.” Splendido protagonista del film è Bruno Ganz, che interpreta un vecchio e stanco Terzani, un uomo che mantiene il suo fervore interiore. “E’ stato interessante interpretarlo – ha detto Ganz – soprattutto perché lui c’è sempre, la sua personalità, la sua pienezza, la sua consapevolezza della morte che stava per arrivare, il suo spirito critico sempre sveglio. Mi è piaciuta anche la chiave di lettura usata nel film, poiché pur dando tanto spazio al forte spiritualismo che ha caratterizzato questa figura affascinante, non si è mai scivolati nell’esoterismo”.

– Quanto è stato difficile confrontarsi per tutta la vita con un padre e marito così ‘ingombrante’? 

Folco: “E’ stato incredibilmente difficile e affascinante. Lui era la persona più affascinante che abbia mai conosciuto, indipendentemente dal fatto che fosse mio padre. Con lui era una discussione continua e si parlava di tutto: politica, arte, attualità. Ero dentro a mondo, e ora ne sono fuori, non guardo neanche più i Tg. Lui aveva sempre questo spirito guerriero, era un pacifista incazzato e questa grande energia l’ha mantenuta fino alla fine. Quando ho compiuto 18 anni abbiamo cominciato a litigare, ma era sempre lui a vincere e ad avere l’ultima parola; ero cresciuto, volevo fare le mie esperienze e prendere le mie decisioni. L’unica volta che ho vinto una discussione, lui era ormai vecchio e molto malato, era debole, ma era finalmente contento, poteva lasciarmi adesso che ero in grado di batterlo. Ero diventato un uomo per lui”.

Angela (la moglie): “Decidi subito se stare con un uomo così o no, la mia decisione è stata quai istintiva ma consapevole: era interessante.  L’unica sfida era di non soccombere a una tale personalità, infondo le vittime non piacciono a nessuno ed io non lo sono mai diventata anche perché nel privato eravamo sempre in due, discutevamo e parlavamo di tutto e molto cose che decideva lui si facevamo a modo mio”.

Saskia (la figlia): “Ora ho una famiglia mia, sono madre, e da questa prospettiva vedo cosa è stato essere figlia. Ora sto veramente imparando quello che ho assorbito a caldo con lui. Adesso sento il richiamo di un’identità familiare che lui e mia madre sono riusciti a darci con la loro continua stimolazione”.

Per Germano invece la sfida è stata raddoppiata: non solo trovarsi davanti ad un grande attore come Ganz, ma anche interpretare una persona che era lì a guardarlo e non solo un personaggio: “Non mi interessava interpretare Folco come persona. Lo scopo era rappresentare la storia così come era stata scritta, i cambiamenti che sono stati fatto sono funzionali al racconto. Il conflitto e il confronto tra il padre e il figlio per me sono stati affrontati parallelamente al mio confronto con Bruno Ganz, attore che stimo tantissimo”.

Presente in sala anche il produttore e co-sceneggiatore (insieme a Folco Terzani) Ulrich Limmer che ha confessato le sue iniziali difficoltà a lavorare con questa storia: “L’approccio al lavoro di sceneggiatura è stato complicato, infondo nel libro non c’era una vera e propria trama, non c’è una drammatizzazione delle vicende. Poi con Folco abbiamo trovato la chiave giusta e cioè rispettare i temi del libro. Abbiamo accantonato l’idea dei flashback e abbiamo costruito la storia sull’attenzione e l’ascolto, cosa che non si fa più. Abbiamo mantenuto il significato emotivo, concentrandoci non sulla morte, che da Tiziano fu accettata con serenità, ma sulla sua vita e sulla sua energia”.