Magnifica Presenza

Ferzan Ozpetek racconta il suo ultimo film, dal titolo Magnifica Presenza, prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, con Elio Germano, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Beppe Fiorello, Paola Minaccioni, Cem Yilmaz, Andrea Bosca, Claudia Potenza.

Foto di Aurora Leone

Che posto ha Magnifica presenza nella sua ricerca d’autore e nella sua filmografia?

È il mio film più complesso perché vi si mescolano divertimento, lacrime e dramma come nella vita per cui da qualcosa che fa piangere può venir fuori una risata e viceversa. È la prima volta che affronto in una storia il concetto di paura. Magnifica presenza riflette uno sguardo più positivo che dovrei avere, è una storia che racconta una rinascita emotiva in cui la forza del sentimento e dell’istinto supera le paure più profonde – razionali e irrazionali – per trovare una risposta nell’amore, nell’amicizia e nella solidarietà. È anche però un film che mi permette di affrontare e sviluppare certe mie idee sulla vita che non finisce che mi seguono da tempo: ne Il bagno turco, quando moriva Alessandro Gassman si vedeva un’ombra sulla statuetta; ne La finestra di fronte Massimo Girotti guardava le persone che ballavano insieme ai morti; in Cuore sacro c’era la bambina che moriva e la protagonista che la rivedeva in casa; Mine vaganti proponeva un finale con i vivi e i morti che danzavano insieme. La mia è una specie di fissazione, una mania.

Da cosa nasce questa nuova commedia drammatica corale?

Lo spunto arriva da un episodio reale: un mio amico circa 18 anni fa raccontava di avere visto una donna vestita in un modo strano in un appartamento di un palazzo, vicino casa mia, che era stato bombardato durante l’ultima guerra. Io lo prendevo in giro ma poi alcune donne più anziane del quartiere ci hanno confermato che in quel posto durante la seconda Guerra Mondiale c’erano state una madre e una figlia che si erano gettate nel vuoto. I loro ricordi somigliavano moltissimo alle cose viste e riferite dal mio amico… L’anno scorso mentre scrivevo con Ivan Cotroneo un soggetto di un film di cui poi non siamo stati più convinti, mi sono ricordato di questa storia e ne ho parlato al produttore Domenico Procacci. E una volta ricevuto il suo convinto consenso, mi sono spostato su questa vicenda iniziando a sceneggiarla insieme a Federica Pontremoli.

Qual è il nocciolo del racconto?

Il nostro protagonista ha un ruolo di scopritore di verità nascoste, analogo a quello che aveva Margherita Buy ne Le fate ignoranti: si tratta di Pietro (Elio Germano), un giovane pasticcere pieno di fissazioni che si intestardisce a sfornare i suoi cornetti ogni notte uno identico all’altro. Abituato fin dall’ infanzia ad affrontare le diversità, le cose diverse dalla vita, Pietro è un giovane molto sensibile e particolare. Arrivato a Roma dalla sua Sicilia con l’intenzione di diventare attore, si dibatte nella girandola frustrante dei provini saltuari. Aspirando ad uno spazio tutto suo, cerca un appartamento in affitto e una volta trovato lo scoprirà invece occupato da varie “presenze”. Prima di lui altri affittuari dopo brevi permanenze, erano regolarmente scappati via, spaventati da strani rumori. A differenza però degli altri, Pietro questa volta non ascolta solo rumori e voci. Nel palazzo si muove la mano invisibile del destino e il rapporto di scambio molto forte tra Pietro/Elio e le diverse persone presenti in casa permetterà di scoprire quanto a loro era davvero successo provocando cambiamenti importanti e decisivi.

Perché ha scelto Elio Germano e come si è trovato con lui?

È entrato nella mia vita come quando d’improvviso senti l’aria nuova della primavera e ti metti in maglietta. È una presenza davvero straordinaria, nel lavoro e nella vita. Amo la sua innocenza contadina e il suo talento, è un attore eccezionale. Il personaggio di Pietro grazie al suo stupore sembra che abbia sempre gli occhi più grandi. Nel girare una scena ad Elio sono serviti solo pochi minuti a letto per sembrare di aver dormito non meno di 10 ore. È un attore che ha segnato molto il mio sguardo verso il cinema, e vorrei in futuro girare con lui tanti altri film. Per me si è trattato di un vero e proprio innamoramento. Un regista s’innamora sempre del suo interprete, (mi era già successo con Giovanna Mezzogiorno per La finestra di fronte) ma non era mai capitato che mi accadesse con una tale intensità come con Elio. Ogni sera nel rivedere alcune sue scene girate, mi addormentavo tranquillo e felice per il risultato. Come è mia abitudine però oltre al protagonista ho coinvolto pienamente nel film tutti gli altri interpreti. Quando interagisci con gli attori è come se avessi tanti figli, sono creature strane, di un altro pianeta, più difficili dei bambini, devi far sentire ad ognuno di loro il tuo amore e la tua attenzione. Allo stesso modo ho cercato come sempre di essere propositivo e ricettivo con tutta la troupe, mi piace l’energia, l’atmosfera che viene fuori da un progetto che tutti anche creativamente sentono proprio. Mi piace che loro dicano “il nostro film” e non “il film di Ferzan”.