Il protagonista di Magnifica Presenza, Elio Germano racconta il film.

Foto di Aurora Leone
Come è stato coinvolto in questo film e quanto ha contato per lei questa esperienza?

Ferzan Ozpetek mi aveva parlato di questo progetto in maniera informale e poi quando mi ha contattato per spiegarmelo meglio ho capito subito che si trattava di un ruolo molto interessante ed insolito rispetto a quelli che mi vengono offerti abitualmente, un’opportunità diversa, libera dai cliché del già visto. Mi sono piaciuti sia il tipo di scommessa e di sfida, sia l’opportunità di misurarmi con un film che porta con sé una sua leggerezza, un tono che è anche di commedia pur offrendo tante sfumature diverse e concedendoti la libertà di muoversi su vari registri. Ho trovato molto importante, ad esempio, la trovata di spostarsi su un linguaggio onirico molto libero e nuovo.

Chi è il Pietro che lei interpreta?
È un ragazzo cristallino, delicato e disponibile. Proviene da una famiglia di pasticceri della provincia siciliana, arriva a Roma sognando di fare l’attore -si chiama Pietro Pontechievello e ai provini gli suggeriscono il nome d’arte Pietro Ponte- ma intanto prepara i cornetti di notte per la bottega di un fornaio. Va a vivere nella casa di una cugina che lavora in uno studio legale, poi andrà a vivere in una casa in affitto e nel nuovo appartamento avrà una serie di incontri, frutto anche della sua solitudine da cui verrà completamente travolto. Pietro è un tipo sensibile e tutti quelli che incontra nella vita tendono ad approfittarsi un po’ di lui, c’è un meccanismo narrativo per cui si ritrova come una sorta di Pinocchio in mezzo a personaggi particolari che cercano in lui qualcosa per risolvere i loro casi privati e così attraverso la sua solitudine e la sua alienazione viene raccontata una società che accetta solo gente omologata, dove è difficile integrarsi.

Quanto conta il fatto che Pietro sia omosessuale?
Non è un tema portante, avrebbe potuto essere anche un eterosessuale, ma nel suo caso specifico è una caratteristica che amplia la sua sensibilità sviluppandola. In un piccolo paese di provincia dell’Italia del Sud dove magari ti senti emarginato, questo status ti porta a sviluppare dei sensi di colpa. Lui si ritrova perciò ad essere sempre iper premuroso verso tutto quello che gli si chiede, è una persona fragile e pura che si appassiona agli altri, è pronto a rendersi utile per ogni tipo di questione e, immaginando di poter fare sempre di più, si sente inadeguato a tutto. Nella storia ha la funzione di filo narrativo, si appassiona alle vicende personali dei vari ospiti della casa, cerca di indagare su tanti eventi della loro vita. Finisce per assillarlo anche sua cugina che, invischiata com’è in varie vicissitudini, gli chiede di starle vicino e di consigliarla e così Pietro si ritrova strattonato da una parte e dall’altra.

Che rapporto si è creato prima e durante le riprese con Ozpetek e con gli altri attori?

Prima delle riprese ci siamo incontrati con Ferzan e gli altri attori per diverse letture del copione, abbiamo familiarizzato discutendo di tutto ed abbiamo avuto presto la sensazione di un’impresa comune da affrontare insieme, dando vita poi ad un lavoro di squadra sempre molto costruttivo e piacevole. Ferzan fa da sempre un cinema di attori, prende per sé i tempi giusti per lavorare con i suoi interpreti alla costruzione dei personaggi anche nella fase di preparazione, intervenendo ad esempio sui dettagli, su piccole fissazioni che possono essere utili a raccontarli meglio. La sceneggiatura col tempo si è inevitabilmente modificata ed ha preso altre strade: sul set era sempre tutto in movimento, magari si cambiava idea un attimo prima perché Ozpetek, essendo un regista molto libero, ha voluto stimolare anche la nostra creatività personale  coinvolgendoci direttamente nelle dinamiche della messinscena e dei dialoghi.

Cosa ricorda volentieri del set?

La disponibilità al tempo da impiegare per la preparazione, l’ attenzione puntuale di Ferzan per tutti noi, la conoscenza delle dinamiche del nostro lavoro, la possibilità di discutere le cose e di confrontarsi in un clima sereno. Lui ha grande esperienza, non è un regista improvvisato, è stato a lungo aiuto regista, conosce il lavoro e le esigenze di ogni reparto di una troupe e offre a tutti la possibilità di lavorare al meglio.

Il film porta con sé anche una certa leggerezza da commedia.

Sì, ci sono vari registri occasioni di divertimento e anche di paura e di mistero. Le visioni appaiono all’improvviso e la disponibilità alla solitudine e all’immaginazione di Pietro fa sì che lui sia l’unico in grado di accorgersi delle varie presenze e che i diversi personaggi che aleggiano nella casa lo ricambino manifestandosi e comunicando soltanto con lui. Chiamato in ballo dagli altri sempre nei momenti più inopportuni nella vita di ogni giorno Pietro ha delle aspettative che poi non si rivelano realistiche e concrete, si innamora subito di persone che magari non si accorgono nemmeno di lui ma vive comunque molto intensamente i rapporti, soprattutto nella sua testa e nella sua immaginazione. Il nostro in fondo è un film sulle diversità, su persone che si sentono in colpa per la loro inadeguatezza e magari sono più emotive grazie ad una disponibilità più sviluppata. E proprio per questo sono migliori. Occuparsi degli altri oggi è piuttosto raro, sembra sbagliato, fuori moda e inadeguato, non crea guadagni, però dona una ricchezza più profonda e più umana.

Da spettatore era incuriosito dal cinema di Ozpetek?

Ferzan è un autore che coltiva da sempre una grande libertà creativa, ha le sue necessità espressive e racconta quello che ha voglia di raccontare, non volendo imitare né compiacere niente e nessuno. La sua è una strada originale ed interessante, mi sembra che abbia da tempo un bel riscontro di pubblico che lo ama e lo segue con affetto ed interesse costanti perché parla di essere umani, descrive situazioni, storie ed emozioni che riguardano tutti noi.