È stato un pezzo di Francia a Roma ad ospitare la conferenza stampa del film Tutti per uno di Romain Goupil. Il Centro culturale San Luigi dei Francesi era, infatti, la cornice ideale per accogliere il regista e la protagonista femminile, Valeria Bruni Tedeschi, giunta con un po’ di ritardo a causa di problemi logistici.

 

A precedere le domande dei giornalisti, l’intervento introduttivo di Vieri Razzini, in rappresentanza di Teodora Film, che distribuisce la pellicola in Italia.

Vieri Razzini: “Il film lo abbiamo visto ormai quasi un anno fa. Ci è sembrato molto bello, dopo aver distribuito Welcome, che rappresentava il problema dell’immigrazione da un punto di vista molto drammatico. Quest’è, forse, una materia altrettanto drammatica, ma il fatto di essere vista “ad altezza di bambini”, di avere anche toni lievi e momenti di divertimento, ci è sembrato particolarmente convincente. Poi, Goupil è un regista conosciutissimo in Francia, meno da noi. Questa ci è parsa un’ottima occasione per farlo conoscere qui un po’ di più. Inoltre, il tema è più che d’attualità”.

Nella sequenza del film in cui i bambini escono dal loro rifugio, è evidente la citazione della famosa foto del bambino del rastrellamento di Varsavia. Ci può parlare di quest’equivalenza con le leggi razziali e il nazismo?

Romain Goupil: “Il film inizia nel 2067 con Milana ormai adulta che racconta dicendo: “Ricordo che a un certo punto siamo usciti con le mani in alto. L’idea non era stata mia, però mi ricordo che è andata così”. Poi c’è Blaise adulto, che dice: “Io di questo non mi ricordo proprio, ricordo invece che c’era un silenzio assoluto”. Quando poi vediamo le immagini dell’uscita dal nascondiglio, vediamo invece che vengono applauditi, che i genitori li chiamano, alcuni si arrabbiano. Quindi, non è vero che c’era il silenzio. Si tratta di un loro ricordo. Non sappiamo se sia accaduto realmente che siano usciti con le mani in alto. Loro lo ricordano in quella maniera. Ma, ciò  che importa è senz’altro questo riferimento all’uscita dal ghetto di Varsavia, che sicuramente c’è. L’idea che volevo esprimere, anche attraverso l’inizio nel 2067, infatti, è: nel 2067 tutto quello che abbiamo vissuto in questo periodo ci sembrerà forse assurdo e, come l’immagine del bambino che esce dal ghetto di Varsavia, rimasta impressa nella memoria di tutti per il maltrattamento dell’infanzia,  o quella della bambina che scappa sotto le bombe in Vietnam, ecco, magari l’immagine di questi bambini che  escono dal loro nascondiglio con le mani in alto, rimarrà l’emblema di un periodo, di questi anni, del 2009. Un periodo in cui i bambini sono stati maltrattati. Quindi, sicuramente c’è la potenza del ricordo: quello di essere usciti con le mani in alto. Forse non è vero, ma è questa l’immagine che resterà”.

L’argomento del film è di stretta attualità, quindi il cinema si occupa ancora di questi temi. Ma in generale, qual è lo stato del dibattito in merito in Francia?

R. G. : “In Francia negli ultimi anni siamo tornati parecchio indietro. Dopo il grande appello per la regolarizzazione dei sans-papiers, le grandi manifestazioni che hanno riunito tanti cineasti, uomini di cultura, di spettacolo (nel 1997), c’è stata una regressione fortissima e, dopo l’elezione di Sarkozy, sicuramente la situazione è molto peggiorata. La politica di questo governo considera lo straniero, l’altro, il diverso, semplicemente come un nemico da additare”. Con questo film volevo dunque mostrare l’impotenza di noi adulti (creativi, giornalisti, persone della società civile), che forse non siamo riusciti a portare avanti questa battaglia. Noi adulti, purtroppo, per realismo abbiamo dovuto non dico accettare questa realtà, ma comunque abbiamo dovuto e dobbiamo farci i conti tutti i giorni. Invece, ci sono cose che i bambini non dimenticano: la solidarietà, la voglia e la necessità di difendere e aiutare i più deboli, che siano bambini,  o altro. Mentre, il potere fa tutto il contrario: fa appello alla parte più bieca della società, per cui lo straniero è un nemico, perché è diverso da noi. Ma, “noi” chi? Chi è questo “noi”?”.

Quanto c’è di Valeria Bruni Tedeschi nel suo personaggio? Come avete lavorato insieme, regista e attrice, su di esso?

Valeria Bruni Tedeschi: “Abbiamo lavorato insieme sulla sceneggiatura delle scene che mi riguardano. Mi sembrava importante che il mio personaggio non fosse convenzionale, ma complesso e preciso. Questo lavoro mi è servito, anche se forse non si vede tanto nel film, per sentirmi a mio agio in questo personaggio. Mi sembrava molto naturale da fare. Le parole che dico nei  dialoghi mi sembravano giuste, naturali, vere. Di mio ho messo la mia energia, sia di madre che di essere umano. Spero di non essere cattiva col mio fidanzato come sono cattiva con lui (Goupil n. d. r.) nel film. Questa forse è l’unica differenza, e non fumo”. “Mi dava allegria poi, fare questo personaggio di mamma con tanti bambini, come una gallina con tanti pulcini. Mi sembrava divertente, e mi piaceva capire i bambini, mettermi alla loro altezza, ascoltarli. Mi sembrava di essere l’unico personaggio del film che veramente li capisse e potesse parlare il loro linguaggio”.

In Francia che vita ha avuto il film?

V. B. T.: “In Francia il film è andato a Cannes lo scorso anno, poi è uscito ed è andato bene. Ha la particolarità di poter attrarre sia gli adulti che i bambini, dunque, è un film che si  può andare a vedere in famiglia. Questa è una grande qualità commercialmente”.

Si dice sempre che recitare con bambini e animali per gli attori sia una tragedia. Com’è stato per voi?

V. B. T.: “Non una tragedia, ma una grande lezione. Anzi, secondo me è qualcosa che un attore dovrebbe fare regolarmente nella vita, perché ti obbliga a una verità e a non truffare. Non è possibile truffare con un bambino”. “Un film con dei bambini è come una specie di doccia fresca per me, in quanto attrice”.

R. G.: “Io invece vorrei rendere omaggio a Valeria, perché lei dice che è stato tutto naturale, facile, mentre non è così. Lavorare con i bambini, da regista, è spesso molto complicato, perché ti obbliga a cambiare il modo di procedere nella realizzazione del film, come avviene con gli animali”. “Spesso, quando si deve girare una scena con un cane, non lo si può dirigere. Quindi, si accende la macchina da presa, e non si sa cosa succederà. Tutti gli occhi, sia dei tecnici e poi anche dello spettatore, sono fissi sulla reazione di questo cane, che potrebbe essere l’imponderabile. Con i bambini è la stessa cosa. Noi abbiamo scritto la sceneggiatura e loro l’hanno letta, gli abbiamo spiegato le scene, loro le hanno fatte proprie, ma poi non sai mai se quando giri la scena loro ripeteranno ciò che tu gli hai detto o faranno altre cose, anche perché ognuno di loro reagisce in maniera diversa”. Sicuramente Valeria, che recitava con loro, doveva essere sempre molto attenta alle reazioni di questi bambini”. “Se non si fosse messa, come ha detto, alla loro altezza, al loro ascolto per essere pronta a raccogliere subito le loro reazioni, sicuramente quello che avete visto sullo schermo non sarebbe venuto fuori”. “Sicuramente in lei ci sono delle qualità personali ottime per questo film: questo suo modo di parlare con il corpo, con le mani, questo essere così accogliente nei confronti dei bambini, in questo caso dei più deboli. Non si mette a fare grosse discussioni teoriche con loro: c’è una bambina che ha bisogno di noi, si accoglie; c’è una bambina in pericolo, prendo, l’abbraccio e la porto a casa mia. È un po’ la mamma chioccia, la lupa di Romolo e Remo”.

In Francia, che tipo di scuole frequentano questi bambini che recitano in maniera così straordinaria, per arrivare ad esprimere tanta bravura?

V. B. T.: “I bambini non hanno fatto nessuna scuola di recitazione, sono dotatissimi e talentuosissimi naturalmente, come spesso i bambini: o sono bravissimi, o proprio non ci riescono”. Questi giovani attori erano veramente incredibili. Io ero incantata. Non hanno fatto nessuna scuola, né altri film. Erano freschi, entusiasti di fare un film, di fare il cinema. Negli occhi avevano  anche un sogno”.

A Valeria, che ha saputo rapportarsi a loro in maniera così “materna”, protettiva, determinata, quanto le ha giovato a ciò l’adozione di una bambina?

V. B. T.: “Lavoro sempre con la mia vita personale, in ogni film. Chiaramente, prima, se dovevo interpretare una mamma, non lo ero, allora lavoravo con ciò che vedevo intorno a me o con quello che io sognavo di fare, non potendo”. “Lavoro sempre con qualcosa di personale. Anche  se facessi un lavoro di mimetismo con un’altra persona, è sempre qualcosa di personale, dal momento che attraggo l’altra persona dentro di me. Per quanto mi riguarda, il lavoro dell’attore è un lavoro profondamente intimo e personale, sempre”. Per me non c’è tanta differenza tra avere un bambino adottandolo, o in modo biologico. L’unica differenza è che ho saltato alcune tappe della vita di mia figlia, ma nel mio modo di essere con lei non penso che sarei diversa, se fosse mia figlia biologica. Non ho fatto uno slancio di solidarietà adottando un bambino. Non è lo stesso movimento del mio personaggio nel film, quando accoglie la bambina a casa sua”.

Per tornare al tema dell’immigrazione, cosa avete pensato quando avete visto le immagini di Lampedusa? E cosa pensate della posizione del governo francese in merito?

R. G.: “Per quanto riguarda quello che è successo a Lampedusa, Sarkozy e il governo francese si sono comportati in maniera vergognosa. Bisogna dire che invece quello che aveva fatto il governo italiano – dare questi permessi temporanei di sei mesi – era una cosa che forse andava fatta, ma che tutta Europa avrebbe dovuto fare. Perché quello che è successo in Tunisia, in Egitto, che sta succedendo in Libia, e che speriamo succederà presto in Siria, sconvolge totalmente il panorama sociale e politico d’Europa. È un capovolgimento grande come quello del muro di Berlino, e l’Europa dovrebbe essere in grado di reagire in maniera univoca, aiutare tutti questi paesi e queste persone dal punto di vista economico e dal punto di vista sociale, non trattarle come: clandestino uguale nemico, cioè una persona che viene a minacciare il mio posto di lavoro, a rubarmi il pane in casa mia. Quello che è successo alla frontiera tra Francia e Italia è vergognoso. Non voglio fare una classifica su chi sia peggio fra Berlusconi e Sarkozy, però, trattandosi poi di un paese come la Tunisia, la maniera in cui la Francia ha reagito è sicuramente vergognosa.

V. B. T.: “Non ho visto le immagini di Lampedusa, ne ho solo sentito parlare, però penso che fosse violentissimo e sono totalmente d’accordo con lui (Goupil n. d. r.). Aggiungo che quello che è successo a Lampedusa è insostenibile.

Nel film ci sono tre posizioni abbastanza distinte sul tema dei sans-papiers – oltre a quella di Luc/Goupil e Cendrine/Valeria, anche quella di Rodolphe/Girardot. Qual è quella prevalente attualmente in Francia? E come sono connotate le tre posizioni in senso politico?

R. G.: “Devo dire che la posizione maggioritaria in Francia oggi, soprattutto dopo la crisi economica che ha investito tutti i paesi europei, compresa la Francia, è quella di tutti coloro che hanno una grande paura, cioè vedono gli immigrati, gli stranieri, i clandestini non come un pericolo, ma come un problema dal punto di vista economico. Quindi, purtroppo, devo dire che la posizione maggioritaria oggi in Francia è  quella del personaggio di Hippolyte (Girardot n. d. r.). La mia rappresenta le persone un po’ più moderate, il mondo delle associazioni, ma non è la maggioranza. La posizione più giusta, che vorremmo tutti fosse maggioritaria, è quella del personaggio di Valeria, che senza grosse teorizzazioni, si mette dalla parte dei più deboli, in questo caso i bambini, che rischiano di essere cacciati via dal paese, e lei è pronta ad accoglierli. Questa dovrebbe essere la posizione più diffusa, ma purtroppo in questo momento non è assolutamente così. Perciò, il film comincia e finisce nel 2067: la mia speranza è che nel 2067, quando si guarderà a questi anni terribili, si vedrà che c’erano persone che hanno maltrattato questi bambini, provenienti da situazioni drammatiche, di guerra, orfani o poveri. E noi, invece di sentirci onorati di poter insegnar loro a leggere, a scrivere, di inserirli nelle nostre società – perché sono bambini come i nostri figli: vanno in piscina, alle feste di compleanno, esattamente come i nostri bambini – noi che avevamo avuto l’opportunità di dargli un futuro migliore, invece ci siamo comportati in questa maniera abominevole. La speranza è che invece in futuro vedremo tutto questo come una cosa orribile e ci chiederemo come sia potuto succedere. L’idea del film è sicuramente questa: che forse sono proprio i bambini di oggi, i più giovani, ad avere nelle loro mani la possibilità di cambiare le cose.

A chiusura dell’incontro, visto che non sono arrivate domande che riguardino in alcun modo Carla Bruni, sorella di Valeria Bruni Tedeschi e moglie del presidente francese Sarkozy, Goupil chiede ironicamente, sorridendo: “Non ce la fate questa famosa domanda sulla sorella…? Sono mesi che ci alleniamo su come rispondere” E spiega, raccontando un episodio un po’ fastidioso accaduto a Cannes, trasformatosi poi in un’ironica battuta: “Quando eravamo a Cannes, c’è stato un giornalista, molto meno educato dei giornalisti qui in sala, che ancor prima di fare qualunque domanda sul film, ha chiesto a Valeria: “ma sua sorella l’ha visto il film?”. Noi siamo rimasti veramente sorpresi, perché non c’entrava niente. Quindi, le ho suggerito di rispondere, chiedendogli se sua sorella (la sorella del giornalista) aveva visto il film. Poi, son passato alle interviste radio e ho sentito che Valeria stava facendo un’altra intervista accanto a me, e ha risposto a un certo punto alla stessa domanda, con un tono arrabbiato: “E tua sorella, l’ha visto?!”. Quindi è diventata un po’ la nostra battuta, ma doveva essere una cosa detta col sorriso”. Comunque, per noi non dev’essere un problema, una preoccupazione, quello che può pensare di un film come il nostro una persona potente, un politico. Siamo in un paese libero, ognuno vede il film, ha l’opinione che vuole. Il fatto che sia o meno piaciuto ad altri non deve condizionarci, cambiare la nostra maniera di pensare o di lavorare in futuro”. “Sapevamo che ci sarebbero state domande di questo genere, ma sicuramente non era questa la cosa importante da dire. Quel che importa è che Valeria è un’attrice fantastica. E in questo film avete avuto modo di vederlo una volta ancora.