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Venezia 75: 22 July, recensione del film di Paul Greengrass

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22 July - Venezia 75

Il cinema è intrattenimento ma soprattutto arte che a volte si fa veicolo di informazione e verità. Quello che ci propone oggi Paul Greengrass, che presenta in concorso 22 July, è una ricostruzione fedele degli mostruosi attentati terroristi del 2011 in Norvegia.

Il giorno 22 luglio del 2011 un estremista di destra, un certo Anders Behring Breivik (Anders Danielsen Lie), ha compiuto due dei più insensati e orribili attentati terroristici degli ultimi anni. Dopo aver fatto detonare uno spaventoso ordigno alla sede del parlamento ad Oslo, Anders si è diretto sull’isola di Utoya, dove all’epoca centinaia di ragazzi erano impegnati in un campeggio di leadership giovanile. L’attentatore, vestito da poliziotto e munito di documenti falsi, arrivato sull’isola, ha aperto il fuoco sui ragazzi uccidendone sessantanove e ferendone più di cento. L’attacco è stato violento e repentino e quando la polizia è giunta sul luogo della strage era ormai troppo tardi. Anders è stato preso in custodia e arrestato.

Dopo gli acclamati United 93 e Bloody Sunday, Paul Greengrass torna a parlare di cronaca, stavolta raccontando del terribile attentato della Norvegia. Traendo ispirazione dal libro Uno di noi – La storia di Anders Breivik di Åsne Seierstad, il regista britannico fa un resoconto dettagliato e sufficientemente distaccato degli avvenimenti di quel terribile 22 luglio. Il film 22 July, partendo dalla preparazione di Breivik dell’attentato, ricostruisce ogni singolo momento di quelle ventiquattro ore di terrore e degli anni successivi. Il film quindi non è solo la cronaca degli attacchi di Oslo e Utoya ma anche di tutti quei momenti che precedono il processo di Breivik e il verdetto finale della corte norvegese.

22 July

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La conta dei feriti e dei deceduti, la disperazione delle famiglie, l’arresto e l’interrogatorio dell’attentatore e finalmente il processo; ognuno di questi momenti è descritto con incredibile accuratezza e sensibilità. Pur trattandosi di un film, però, Greengrass non dimentica la sua obiettività; il regista infatti, nonostante come molti non possa accettare né condividere gli ideali folli di Anders, non sale in cattedra, non fa propaganda ma semplicemente si limita a raccontare gli eventi e le due facce della stessa medaglia. Grazie ad un incredibile lavoro sulla sceneggiatura riusciamo ad entrare perfettamente nella mente dell’attentatore che, in preda ad un delirio di onnipotenza, oltre a non voler rinnegare le sue posizioni, sembra addirittura credere di essere il leader di una fantomatica e imminente rivoluzione socio politica.

Mentre i deliri di Anders sembrano essere assecondati dal suo avvocato – ognuno ha infatti il diritto di essere difeso in tribunale -, gli spettatori assistono anche a tutta la distruzione che l’attentatore si è lasciato alle spalle. Il film apre una porta sullo straziante dolore delle famiglie delle vittime e su quello dei sopravvissuti alla strage. Molti dei ragazzi scampati alle pallottole di Breivik, infatti, soffrono di un disturbo da stress post traumatico, hanno riportato danni seri e permanenti e vivono ogni giorno facendosi un’unica domanda: come mai sono ancora vivo? Con 22 July Greengrass punta i suoi riflettori anche sulle conseguenze meno ovvio di un attentato di tale portata come, per l’appunto, il senso di colpa dei sopravvissuti.

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22 July, a metà strada tra documentario e fiction, riesce ad equilibrare bene la sua parte didascalica a quella più emotiva. Il film segue infatti molto da vicino la storia di Viljar Hanssen (Jonas Strand Gravli) – sopravvissuto alla strage nonostante i cinque colpi d’arma da fuoco ricevuti – e della sua famiglia. Le operazioni subite, i danni permanenti, la lunga riabilitazione, gli incubi e la rabbia repressa, Greengrass racconta la lenta rinascita di questo adolescente, simbolo della forza di un’umanità che ancora non è pronta ad arrendersi. Come dice il Primo Ministro norvegese (Ola G. Furuseth) nel film, “dobbiamo combattere”.

Nell’ultima parte del film, affrontando anche il difficile processo a Breivik, Paul Greengrass invita lo spettatore a riflettere in maniera più ampia sui concetti di bene e male e soprattutto sull’importanza della giustizia in un paese democratico. Dopo un atto insensato come quello del 22 luglio 2011 in molti si farebbero travolgere dalla rabbia, chiedendo la testa dell’uomo autore di una tale strage: ma che senso avrebbe? La morte di un mostro come Anders potrebbe riportare in vita le vittime della strage o alleviare il dolore delle loro famiglie? L’unica cosa possibile è andare avanti perché, come dice lo stesso Greengrass, “la democrazia deve lottare per provare la sua esistenza”.