3 Days to Kill

In 3 Days to Kill Ethan Runner è un ex agente della CIA impiegato in loschi affari internazionali a cui viene diagnosticata un’improvvisa malattia. Avendo solo alcuni mesi di vita decide così di recarsi a Parigi per cercare di riallacciare i rapporti con la moglie Christine e la figlia Zoey, ormai abbandonate da molto tempo. I primi approcci non sono dei migliori, ma appena le cose sembrano andare per il meglio, Ethan viene avvicinato dalla misteriosa e conturbante Vivi, agente dei servizi segreti che gli propone un farmaco sperimentale che potrebbe allungargli la vita, a patto di rintracciare ed eliminare un pericoloso criminale chiamato “Il Lupo”, assieme al suo braccio destro, “L’albino”. Ethan dovrà operare una scelta molto difficile, col rischio di compromettere tutto ciò che ha faticosamente ricostruito.

 

Il buon vecchio Kevin Costner, un poco attempato ma più in forma che mai, torna alla riscossa con 3 Days to Kill, una classica pellicola di spionaggio dal vago retrogusto gangster movie anni ’50 che frulla senza vergogna thiller, dramma e una piccantissima dose di umorismo alquanto insolita per un genere che Hollywood sembrava aver condannato all’ennesima cristallizzazione dei clichè. Una sceneggiatura forte e ben costruita, seppur canonica e non certo originale, che butta un occhio a Due ore ancora mentre strizza l’occhio al noir di De Palma e al cromatismo allucinato di Winding Refn. Si respira a pieni polmoni la ventata cine-pop di Luc Besson, co-auotore assieme a Adi Hasak di un plot che ci offre una sana dose di adrenalina miscelata con siparietti e gag che rendono il prodotto finale piacevole e grottesco, anche grazie ad uno stile visivo dinamico e frizzante ottenuto dalla fotografia di Thierry Arbogast e al montaggio frenetico di Audrey Simonaud. La regia di McG, carico dell’esperienza di Charlie’s Angels e Terminator Salvation, risulta ben orchestrata e partecipe, soprattutto nelle scene d’azione e nei dialoghi al limite del kitch degni di Tarantino.

3 Days to KillKevin Costner fa più che bene il suo mestiere, delineando un personaggio che pare un ibrido fra un James Bond attempato e il Bruce Willis di Trappola di Cristallo, con un sottile e pungente velo di ironia che lo rendono ancora più indimenticabile, creando un personaggio combattuto fra lo scrupolo per il suo lavoro e il tentativo di riparare i proprie errori con la giovane Zoey, la strepitosa Hailee Steinfeld de Il Grinta. Applausi a scena aperta per il personaggio assolutamente fuori luogo (ma è un gran bene) di Vivi, una stralunata femme fatale interpretata dall’affascinate Amber Heard, abile trasformista nel colore delle proprie parrucche e incapsulata di pelle nera, inseparabile dalla sua arma come una delle canoniche eroine di Robert Rodriguez. Un film piacevole e a tratti anche divertente, seppur con qualche ingenuità di troppo (soprattutto nel finale), che comunque non toglie nulla a una sana ventata di sperimentalismo che fa godere gli occhi e anche il cuore dei cinefili.