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bande_de_fillesCéline Sciamma presenta il suo terzo lungometraggio in concorso alla Quinzaine, uno dei film più attesi in concorso. Mariene è una timida ragazza di colore di sedici anni, cresciuta in un “non-luogo” di cemento armato dell’interland parigino. La scuola non va alla grande, ma fuori da essa incontra Lady e le sue amiche, le “bad girls” (anche loro di colore) del quartiere, che accettano Mariene istruendola al mondo della strada. Così la prima parte del film si mostra come una moderna favola di formazione, attraverso amicizie, piccole e innocenti trasgressioni e tanta voglia di divertirsi. Ma per Mariene non può durare in eterno: lei desidera un futuro brillante, emancipata dal fratello dispotico che le impedisce di vedere il suo fidanzato e dalla madre che la vuole a lavorare con sé come inserviente. Entra così in un pericoloso tunnel di esperienze drammatiche che le permettono forse di vivere in autonomia, ma senza permetterle di trovare la stabilità necessaria per realizzare il proprio desiderio di essere felice. Il film è diviso in quattro parti fondamentalmente autonome, separate da quattro insistiti stacchi su nero che ogni volta aprono e chiudono una transizione temporale e psicologica della protagonista.

Bande de Filles, già dalle prime sequenze, rivela una maturità stilistica che permette alla regista di prendersi tutto il tempo filmico che ritiene adeguato alle sue scene senza mai annoiare. Il cast giovane e non professionista è diretto con una sorprendente attenzione e bravura a partire dalla protagonista e dalle amiche, che portano in scena una emotività estremamente realistica e personale. Il lavoro sui giovani attori ricorda per sensibilità ed efficacia il premiato Vita di Adele di A.Kechiche (Palma d’Oro alla scorsa edizione del festival). L’unico appunto può essere rivolto alla sceneggiatura, la quale benché affronti una tematica ampiamente frequentata nel cinema contemporaneo, non compie tuttavia particolari sforzi di uscire dal classico tema di formazione adolescenziale, evitando drammaturgicamente di rischiare troppo . Questo non toglie l’indiscutibile capacità del film di creare un’ottima empatia con la sala.

di Enrico Baraldi

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