che-fine-ha-fatto-bernadette-recensione-film

Si apre nell’immacolato panorama dei ghiacciai dell’Antartide il nuovo film di Richard Linklater, intitolato Che fine ha fatto Bernadette?, trasposizione dell’omonimo romanzo, e con protagonista assoluta l’attrice premio Oscar Cate Blanchett. Un luogo, quello mostrato in apertura, che si rivelerà fondamentale per lo sviluppo del personaggio. Nel silenzio e nel candore di un luogo così ai confini del mondo, la protagonista avrà modo di perdersi e ritrovarsi, portando a compimento tanto la storia quanto la metafora che si porta sulle spalle. Sfortunatamente, il nuovo lungometraggio dell’autore di Slacker e Boyhood si rivela essere un prodotto confusionario, trasposizione poco riuscita di un omonimo romanzo evidentemente difficile da riportare in immagini.

La storia è quella di Bernadette Fox (Cate Blanchett), leggenda nel campo dell’architettura ma da tempo ritiratasi a vita privata, e che dietro i grandi occhiali scuri nasconde modi scostanti e un’abrasiva ironia nei confronti del mondo e delle persone. Quando come premio per la pagella perfetta sua figlia Bee chiederà a lei e al padre Elgie un viaggio in Antartide, Bernadette si preparerà come può all’imminente viaggio, che sembra scombussolare la sua routine. Incapace di gestire intoppi e disastri del quotidiano, Bernadette abbandonerà infine i preparativi, facendo perdere le sue tracce. Sarà a quel punto proprio Bee, insieme a suo padre, a dover ricomporre il puzzle e scoprire che fine ha fatto sua madre.

Che fine ha fatto Bernadette?: il film

Un film di Linklater è facilmente riconoscibile per il suo approccio alla storia, ai personaggi, per i temi che animano il racconto e per il suo saperli far emergere con grande spontaneità. Sono caratteristiche queste che, seppur più camuffate rispetto ad altre occasioni, si ritrovano anche in Che fine ha fatto Bernadette?, nuovo film dell’autore texano. Per permettere di entrare nel mondo, e nella testa, di Bernadette, Linklater costruisce una prima parte del film ricca di eccessi, dialoghi, personaggi che si incontrano e scontrano. Li fa muovere senza fornire grandi spiegazioni sul loro passato e sulla loro vera natura. L’effetto è, col senno di poi, funzionale al tema della storia. Partecipando al caos della vita quotidiana della protagonista, anche lo spettatore ne rimane frastornato, ritrovandosi incastrato in quello stesso limbo avvertito da Bernadette, incapace di dar vita a nuovi progetti artistici.

Nel momento in cui tutti questi incastri raggiungono l’apice, ecco che si apre una seconda parte di film dedicata alla ricerca di un nuovo equilibrio, il quale ha inizio con la fuga che genera la domanda del titolo. Fuggire dalla Seattle caotica per la pacifica Antartide diventa così rappresentazione visiva del moto che porta alla possibilità di uscire da una fase stagnante della propria vita, per dare nuovo sfogo alla vena creativa. Una grande metafora nella quale chiunque artista può ritrovarsi, e che stando a quanto affermato dal regista è proprio ciò che lo ha attratto di più del progetto.

Allo stesso tempo, circondata da dispositivi elettronici e dalle ultime trovate della tecnologia, Bernadette sembra trarre un beneficio solo effimero da questi, i quali vengono a sparire dallo schermo nel momento della fuga in Antartide. Tale massiccia presenza, seguita poi da totale assenza, sembra sottolineare ulteriormente come la creazione artistica dipenda esclusivamente da sé stessi, di fatto non potendo delegare tale talento alle intelligenze artificiali che oggi ci circondano, e che sembrano non poter essere di nessun aiuto a riguardo.

che-fine-ha-fatto-bernadette-cate-blanchett

Che fine ha fatto Bernadette? è una trasposizione dal mancato potenziale

Nonostante l’universale e apprezzabile tematica, il film vive tuttavia di una serie di incidenti di percorso che lo rendono probabilmente uno dei lavori meno rilevanti dell’autore. Assegnato a Linklater dalla casa di produzione Annapurna, il film soffre l’adattamento di un romanzo epistolare di difficile riproposizione cinematografica. Ciò si nota in particolare nell’inclusione di una serie di sotto trame che non trovano adeguato approfondimento, finendo con l’apparire elementi superflui e poco incisivi. Tra tutte, quella riguardante i criminali russi è certamente la più evidente.

Benché funzionale alla metafora, lo stesso caos generato nella prima parte del film impedisce la possibilità di entrare facilmente in empatia con la protagonista, che risulta criptica forse troppo a lungo. Nonostante alla sceneggiatura vi sia la mano di Linklater, noto per il suo talento a riguardo, il film appare sbilanciato nella proposizione degli eventi, generando lunghi periodi di vuoto in cui il film sembra non partire mai realmente.

Fortunatamente alla regia vi è Linklater, che pur se non al suo meglio, sa costruire una messa in scena e una gamma di inquadrature e movimenti di macchina mirati a raccontare più di quanto non facciano le parole, che dal canto loro escono senza freni dalle bocche dei personaggi principali. Data la sua presenza, il film riesce in fin dei conti a non cadere nell’anonimato. Nella sua interpretazione di Bernadette, invece, Cate Blanchett si muove, come il film in sé, sul filo del rasoio, a volte eccedendo nella caratterizzazione, altre risultando emotivamente coinvolgente, sempre però con la classe che la contraddistingue.

Difficile negare che Che fine ha fatto Bernadette? sia un mezzo passo falso per Linklater, che negli anni ha incantato con film di ben più alta levatura, e che in questa occasione poco o nulla aggiunge al suo percorso artistico. Nonostante il suo impegno, il film manca di sfoggiare il suo potenziale, rimasto inespresso, dovendosi accontentare di essere una discreta commedia sul processo artistico e la genitorialità.