Il genere sportivo ricorre a temi e schemi narrativi che sviluppano spesso in maniera potente ed efficace parabole di vittoria e sconfitta, fallimento e risalita, percorsi in cui i protagonisti sono chiamati a confrontarsi non solo con sé stessi ma soprattutto con i propri limiti e le proprie debolezze. Simone Manetti, già fotoreporter e montatore per Paolo Virzì ed Edoardo De Angelis, elabora in modo personale le strutture del filone sportivo nel documentario Goodbye Darling, i’m off to fight Ciao amore vado a combattere, suo primo lungometraggio, che dopo il Newport Beach Film Festival ha fatto tappa al Biografilm Festival di Bologna, dove ha vinto la sezione Biografilm Italia, ottenendo inoltre una menzione nella gara per la migliore opera prima.

Prodotto dall’indipendente Alfredo Covelli, Ciao amore vado a combattere rivela la lotta – interiore e sportiva – di Chantal Ughi, ex modella e attrice che da Roma si trasferisce a New York, dove si inserisce nella scena musicale underground, e infine in Thailandia dopo la fine di una complicata storia d’amore con un sassofonista tedesco.

A Bangkok Chantal si avvicina definitivamente al Muay Thai, la tradizionale arte marziale del popolo thailandese scoperta a New York, e capisce che sul ring può ritrovare se stessa. Per una una donna, oltretutto occidentale, gli ostacoli non mancano, ma la donna diventa sempre più competitiva, fino a conquistare il titolo mondiale. Le motivazioni a un certo punto vengono però meno e, dopo 5 anni in Thailandia, fa ritorno in Italia.

Il richiamo del Muay Thai si rivela comunque troppo forte. L’atleta si ripresenta a Bangkok decisa a riprendersi il titolo dei super leggeri di fronte alla regina nel giorno del suo compleanno, festa nazionale del paese. Il documentario parte formalmente da qui. Simone Manetti pedina con la giusta dose di distacco ed empatia la sua protagonista, impegnata in allenamenti massacranti e nelle meditazioni per recuperare la migliore condizione fisica e mentale. Non si tratta semplicemente di rivalsa, ma di affermazione di se stessi. Imponendo sacrifici, solitudine e uno stile di vita che non contempla distrazioni o mondanità, la Muay Thai è il mezzo grazie al quale Chantal ha imparato ad affrontare a viso aperto i demoni del passato e del presente, dai ricordi dolorosi dell’infanzia alle storie d’amore con uomini sbagliati.

Lo sguardo occidentale non può che restare affascinato dalla rappresentazione di questa disciplina sportiva e spirituale, vista attraverso i personaggi e i luoghi in cui si muove la protagonista, che ha contribuito al film anche con i suoi diari e le riprese da lei effettuate a New York e Bangkok. Sono soprattutto il viso e il corpo di Chantal Ughi, trasfigurati ora dalla fatica, dallo sforzo o dal dolore, a costituire le fondamenta del documentario, storia intensa e straniante di combattimento e salvezza.