Dietro il buio di Giorgio Pressburger

Presentato a Venezia 2011 nelle Giornate degli Autori, Dietro il buio di Giorgio Pressburger – regista soprattutto di teatro, che si cimenta qui con la trasposizione del testo teatrale di Claudio Magris Lei dunque capirà – è un esperimento assai interessante sotto molti punti di vista. Innanzitutto, perché propone mito e teatro insieme, assumendosi l’onere del passaggio, sempre rischioso, al grande schermo. I puristi del cinema rileveranno senz’altro i segni di questa matrice teatrale (in primo luogo la forma del monologo, scelta anche per il film, poi alcuni momenti particolarmente “teatrali”). A noi interessa piuttosto il risultato, ossia se il lavoro funzioni. E possiamo rispondere di sì.

Un altro motivo d’interesse è che riunisce attorno al regista, Pressburger, e all’autore del testo, Claudio Magris, nomi noti e importanti del nostro panorama culturale, un cast di giovani, con la loro voglia di fare e mettersi in gioco: gli attori, Sarah Maestri e Gabriele Geri, per citare solo i protagonisti; i produttori della Sine Sole Cinema. E’ un film a basso budget, girato in due settimane, che non può certo contare sui potenti mezzi delle grandi produzioni, ma riesce a coinvolgere soprattutto per il suo carattere evocativo e visionario.

La si può considerare una rielaborazione del mito greco di Orfeo ed Euridice, ma non è solo questo. Il mito, qui attualizzato, dei due amanti – il poeta e cantore Orfeo e la ninfa Euridice, separati dalla prematura morte di lei, finché Orfeo, pazzo di dolore, ottiene il permesso di andare a riprenderla nell’Ade. I due potranno tornare sulla terra a condizione che lui non si volti mai a guardarla lungo il cammino –  è certamente la traccia nota da seguire. Ma ci dà poi la possibilità di immergerci in un universo onirico e visionario, quello dell’aldilà pensato da Claudio Magris, un universo claustrofobico e angosciante, cui Pressburger dà corpo, anche con l’aiuto di Paolo Magris co-sceneggiatore: al centro di questo universo, una “casa di cura”, o come  viene definita nel film “casa per il riposo”, che ha i caratteri di un ospedale psichiatrico (le riprese sono state effettuate a Gorizia, nell’istituto che fu diretto da Basaglia), così come i suoi ospiti dai volti assenti sono simili a dei pazienti psichiatrici. Vagano infatti come reclusi senza sapere nulla, ignari e soli, ma costantemente controllati dall’ombra del Signor Presidente. L’ambiente finisce così per diventare anch’esso protagonista del film. La similitudine tra la prigionia del defunto nell’aldilà e quella della persona affetta da disagio mentale-fisico nell’istituto di cura risulta molto efficace e suggestiva.

In questo universo risuonano solo le parole di Euridice che, nel testo come nel film Dietro il buio, per la prima volta racconta in prima persona la sua storia. Anche lei una “paziente” che, più che raccontare, sembra  lasciarsi andare a un monologo simile al flusso di coscienza. La giovane Sarah Maestri, che la interpreta, è chiamata qui a una difficile prova, dovendo portare sulle sue spalle il peso di un monologo teatrale. Dimostra grinta e talento, e alla fine porta a casa il personaggio. La recitazione verbale è molto modulata e diversificata, e ben si adatta alle varie sfaccettature del personaggio. A questa s’accompagna l’espressività del corpo e del viso, seguita con grande attenzione dal regista, che scruta movimenti ed espressioni della sua protagonista. Ricorderemo certo la vivezza di alcuni sguardi assenti, o persi nel ricordo, come di certi gesti (i movimenti delle mani o dei piedi), ma anche qualche scivolata, qualche momento meno convincente.

Le atmosfere inquietanti che caratterizzano la pellicola sono abilmente create dal regista attraverso l’alternanza di luce ed ombra, sole e buio, in continua contrapposizione (alternanza che ci permette di seguire anche il cammino verso la decisione di Euridice); come attraverso la circolarità dello spazio: Orfeo ed Euridice prima vagano a lungo dentro e fuori la casa. Ma sembrano tornare sempre allo stesso punto, destinati a non incontrarsi mai. Poi s’incontrano, ma l’impresa di trovare la via d’uscita sarà altrettanto ardua, come in un labirinto. Ed infine Euridice dovrà scegliere se seguire o no il suo amato (interpretazione ardua anche per Gabriele Geri/Orfeo, perché privato di molte possibilità espressive, riesce a rendere comunque una tensione che si scioglie solo nel finale. Il senso del personaggio è, d’altronde, fortemente legato alla scelta registica che Pressburger opera su di lui).

Un aldilà quello di Magris e Pressburger, che ci porta lontano dai territori della religione o della fede, verso una dimensione agnostica, dove dominano dubbio e angoscia. Lo spettatore è portato così a porsi a sua volta l’eterno quesito esistenziale cui i due danno qui la loro risposta. Interessante a questo proposito anche la rilettura finale del mito, legata alla natura del poeta e più in generale dell’artista.