Eterno ritorno: provini

In Eterno ritorno: provini un uomo incontra dopo anni una sua vecchia amica per chiederle un consiglio sentimentale; deve scegliere tra due donne che pensa di amare allo stesso modo. Così anche un secondo, e un terzo. In realtà si tratta solo di provini, che un regista sta mostrando ad un possibile finanziatore per farsi produrre il film.

 

Il titolo del film di Kira Muratova, icona del cinema prima sovietico e ora ucraino è già di per sé evocativo: Eterno ritorno, che, privo della specifica successiva, ossia i due punti :Provini, lascerebbe alla resistenza del pubblico in sala la comprensione della pellicola stessa.

Eterno ritorno: provini, il film

La regista, essenzialmente,  mette in scena la stessa sequenza con le stesse battute, ma con attori diversi, ponendo quindi in crisi quella che è l’essenzialità del cinema: creare la finzione e la “sospensione dell’incredulità” (che oltretutto è anche il titolo di un film in concorso in un’altra sezione del Festival) che è la spina dorsale della settima arte, l’immedesimazione con il personaggio sullo schermo, in questo caso eternamente interrotta dalla ripetizione e dal cambio di attore.

Eterno ritorno: proviniCome un mago che fa vedere dove è nascosto il coniglio che esce dal cappello, la Muratova mette in scena il filmico, lasciando che il profilmico, ossia la storia d’amore o di amicizia passi in secondo piano.

Un film quindi da un lato sperimentale, dall’altro un omaggio all’arte cinematografica, e al mestiere dell’attore in particolare, che mette in scena il lavoro che c’è per la realizzazione di un film: ripetizione, ricerca, determinazione nel produrre qualcosa e lunghi tempi ripetitivi a volte noiosi, che tolgono il glamour ad un lavoro spesso solo associato al red carpet.

Sicuramente una dichiarazione d’amore per il cinema per questa regista, Orso d’oro a Berlino nel 1990, realizzatrice di film complessi, da festival e da tarda serata  televisiva, magari durante Fuori Orario; la regista è infatti molto amata da Enrico Ghezzi, ma il film è anche un esperimento antropologico; la regista spiega infatti che ogni coppia di attori realizzava la scena in maniera diversa, creando atmosfere diverse, si sarebbe potuti andare avanti all’infinito. Giustamente, però, per la sanità mentale di tutti, la pellicola si ferma alle due ore.