illusioni mortali recensione

Disponibile su Netflix dal 18 Marzo, Illusioni mortali racconta la storia di Mary, autrice di best seller thriller dalle tinte erotiche che, dopo anni di pausa, accetta di scrivere il quarto capitolo di una saga di libri a cui stava lavorando, spinta dal fatto che il marito Tom (Dermot Mulroney) ha messo a rischio le finanze familiari con alcuni investimenti sbagliati. Mary, per potersi dedicare al meglio alla stesura del nuovo romanzo, accetta il consiglio di un’amica di rivolgersi a un’agenzia per tate di lusso, in modo tale da assumere qualcuno che si prenda cura dei figli. Approda così nella vita di Mary Grace (Greer Grammer), giovane e candida baby sitter, la cui presenza nella casa costituirà un punto di svolta nella vita di Mary. Il mondo della realtà e quello della finzione romanzesca inizieranno infatti a confondersi nella mente di Mary, cosi come la figura di Grace, che assumerà tinte sempre più ambigue e che attrarrà sempre di più Mary con cui instaurerà una relazione  intima e misteriosa.  

Illusioni mortali: un impianto narrativo privo di basi solide

Col procedere della storia le dinamiche tra i personaggi si fanno sempre più confuse e ambigue, purtroppo però senza risultare intriganti e mantenere alto il livello di tensione; Mary vacilla tra sogno e realtà, non del tutto certa che quanto stia accadendo tra lei e Grace -che intanto inizia anche un gioco di seduzione nei confronti del marito – sia vero o semplicemente un’illusione mortale, come recita il titolo del film. Il rapporto tra le due si fa sempre più morboso, le dinamiche sempre più strane e pericolose. L’identità di Grace viene costantemente messa in dubbio, oscilla tra la facciata candida ed innocente di baby sitter e quella di femme fatale seducente ed erotica. Questi tre personaggi principali, tuttavia, appaiono privi di una caratterizzazione convincente, per cui è difficile stabilire alcun tipo di connessione emotiva con lo spettatore.

Sono personaggi che vivono esclusivamente nel presente; vengono inserite alcune informazioni sulla loro backstory ma non sono sufficienti per permetterci di comprenderli veramente. Il blocco dello scrittore di cui è preda Mary, la frustrazione e l’ossessione generate dalla scrittura non vengono indagate in maniera approfondita e risultano quasi un mero deus ex machina per poter portare in scena un gioco di respingimento e interdipendenza tra le due figure femminili. Eppure non riesce a crearsi un vero e proprio conflitto tra i due personaggi, si strizza l’occhio ai thriller in stile Basic Instinct ma senza riuscire a trovare una propria dimensione. La sceneggiatura del film non convince proprio perché le motivazioni e i desideri dei personaggi non sono chiariti, ma semplicemente abbozzati e lasciati scivolare via, tra battute non memorabili, scandite da un ritmo fiacco e che non riesce a risollevarsi coi pochi -e prevedibili- colpi di scena. Neanche le interpretazioni femminili riescono a salvare questa trama priva di originalità: la gestualità e il lavoro espressivo delle attrici risulta essere troppo caricaturale e macchiettistico, senza conferire alcun valore aggiuntivo all’interpretazione dei personaggi. 

Illusioni mortali: un finale senza reali colpi di scena 

Il personaggio di Grace, teoricamente uno dei punti focali della narrazione, in quanto va a scardinare le dinamiche iniziali della storia, non riesce a risultare tridimensionale, è privo di qualsiasi alone di mistero, che avrebbe potuto almeno avvicinare il film al genere di cui se ne dichiara l’appartenenza. Quando arriva la finale rivelazione sul perché del suo modo di agire, che dovrebbe giustificare l’ambiguità e ambivalenza dei comportamenti del personaggio, questa è così superficialmente accennata che non offre alcuna soddisfacente spiegazione. Si sarebbero potuti approfondire di più alcuni spunti, come il collegamento tra il romanzo che Mary sta scrivendo e quello che accade nella realtà, ma non veniamo neanche a conoscenza del tema del romanzo, se non a grandi linee. Anche il passato di Grace, se gli fosse stato concesso più spazio narrativo, avrebbe potuto rappresentare una storyline quantomeno interessante. Vengono prelevati gli stilemi del thriller ma senza che questi trovino una loro reale dimensione nel racconto.

Il film si propone come un thriller psicologico, ma non viene indagata a fondo la sfera psichica di nessun personaggio; ci si limita a qualche tentativo tramite voice over o flashback, che genera, di fatto, più confusione e ambiguità se guardiamo alla totalità della pellicola. Perfino il finale, quindi, che avrebbe dovuto essere più di impatto, puntando sull’aspetto della rivelazione della misteriosità di Grace, non riesce a convincere, rimanendo blanda testimonianza della scrittura poco audace del film.