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La Cura dal Benessere recensione del film di Gore Verbinski

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la cura dal benessere

Torna dietro la macchina da presa dopo tre anni di assenza il noto regista Gore Verbinski, conosciuto ai più soprattutto per la saga di Pirati dei Caraibi, con La Cura dal Benessere.

Direttamente dal suo ultimo film – The Lone RangerVerbinski si porta dietro lo sceneggiatore Justin Haythe, che stavolta scatena la sua fantasia in un mistery drama dalle tinte dark.

La storia segue le vicende di Lockhart (Dane DeHaan), impiegato di una multinazionale e incaricato di recuperare un dirigente scomparso (Harry Groener) in una clinica del benessere sperduta sulle Alpi svizzere. Una volta sul posto, l’uomo si vedrà costretto alla permanenza forzata e farà la conoscenza dell’ambiguo direttore del sanatorio (Jason Isaacs). L’infittirsi dei misteri che circondano il ricovero procederà di pari passo con l’acuirsi del malessere del protagonista.

Girati gli esterni nella splendida location del castello di Hoehnzollern, in Germania, il film colloca le proprie riprese d’interno nell’ex ospedale militare di Beelits-Heilstätten, completamente ristrutturato per l’occasione. Corridoi angusti, stanze cupe e macchinari di altri tempi ben si addicono al clima tetro della pellicola. A questo collabora una fotografia volutamente scura, che si incupisce ancor più mano a mano che la trama si inabissa nelle perversioni della clinica.

«Solo quando sappiamo cosa ci affligge possiamo sperare di trovare la cura» – La Cura dal Benessere

L’intero film pare girare attorno a questa battuta emblematica, rimandando la soluzione – come è ovvio – il più possibile, così da mantenere alta la suspense. Cosa che purtroppo non sempre avviene. Rimanere col fiato sospeso per due ore e ventisei minuti di film non è semplice, e la sceneggiatura di Haythe non facilita.

Se gli elementi lovecraftiani e gotici sono azzeccati, ciò che si avverte costantemente è la sensazione che la svolta sconvolgente sia dietro l’angolo, ma mai raggiunta.

Peccando di eccessiva ambiziosità, la pellicola mette troppa carne al fuoco, riuscendo in poche scene e gestendo confusamente il resto. A partire dalla velleità mal celata di voler osare là dove spesso si tace, in argomentazioni più o meno scabrose (bollate con la censura del film ai minori di anni 14) che mal si adattano ai costumi perbenisti hollywoodiani. Persino la presenza costante (e disturbante) delle anguille – chiara metafora sessuale – non è esplicitata con coraggio.

Lampanti gli omaggi alla cultura letteraria e cinematografia: da La Montagna Incantata di Thomas Mann ai romanzi gotici; da Shutter Island di Scorsese ad Eyes Wide Shut di Kubrick, passando anche per il cinema del brivido di maestri italiani come Dario Argento e Mario Bava.