la santa recensione

 

La Santa di Cosimo Alemà è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2013 nella categoria “fuori concorso”.

Quattro persone, differenti per età, carattere, abitudini, si recano in un paesino della Puglia per rubare la statua della santa patrona, di grande valore, convinti che sia un gioco da ragazzi. Ci riescono, ma non hanno fatto i conti con il paese: dopo meno di un minuto, tutti i cittadini sanno cosa i quattro hanno rubato e che stanno scappando. Comincia la caccia, senza pietà.

Con un cast non altisonante (intendiamoci, parliamo di nomi), dove spicca il più giovane Gianluca Di Gennaro e talvolta la protagonista femminile Marianna Di MartinoLa Santa parte da un’idea interessante, sviluppando una trama originale e riuscendo a mantenere sempre viva l’attenzione, seguendo quattro storie distinte, visto che il gruppo si separa, pur figlie di una stessa madre. Dentro c’è un po’ di tutto: dall’azione alla drammaticità, ad una piccola dose di humour “scuro”, con un tocco di noir, specie nel raccontarsi dei personaggi.

Il furto della santa colpisce l’animo del paese, non certo per il presunto valore economico che dovrebbe avere, quanto per una profonda ferita nell’orgoglio, un discorso di “principio”, doversi riprendere ciò che è proprio a qualsiasi costo, fucili compresi. Una violenza inaspettata, diabolica, talmente eccessiva da risultare alla fine veritiera e una delle cose più riuscite del film.

Alemà però si rifugia troppo dentro una citazione che pronuncia uno dei suoi attori nei minuti iniziali: “È un film, per forza deve andare così”, riferendosi ad un’altra pellicola, in una stravagante conversazione tra i personaggi. Come a dire che nei film qualcosa deve succedere per forza ed è normale che alcuni passaggi servano per arrivare ad altri. Difficile non essere d’accordo in senso assoluto e ragionando solo in quest’ottica è possibile giustificarli tutto. Ma il discorso vale solo quando non se ne sente il peso. Uscendo dallo schema, o almeno prendendolo con le molle, si tocca con mano uno script forzato e uno svilupparsi dei personaggi che sembra costruito ad hoc per arrivare a determinate conclusioni, anche fini a se stesse. Così, si accelera e si frena a seconda del momento e sembra che la frase citata sia un espediente per giustificare e mettere le mani avanti su ciò che arriverà.

Non mancano frecciatine al mondo religioso, a partire dal furto della santa, ma anche immagini visuali più o meno sacre e sequenze in compagnia di suore e scuole cattoliche.

Alemà ha creato un prodotto dove l’azione risulta anche avvincente e mai noiosa, aiutata dalle quattro storie che si alternano; ma si avverte  il peso di una sceneggiatura troppo indirizzata, rinchiusa dentro al concetto: “è un film, per forza deve andare così”.

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