L’apparenza delle cose, disponibile dal 29 Aprile su Netflix, basato su un romanzo di Elizabeth Brundage intitolato “All Things Cease to Appear”, è l’ultimo film della coppia Robert Pulcini e Shari Springer Berman.  La pellicola si propone come thriller-horror ed effettivamente si appropria di molteplici clichè endemici al genere, con motivazioni poco eccitanti e largamente prevedibili dei personaggi, alla base di una trama illogica e in cui prevale il disinteresse dello spettatore.

L’apparenza delle cose: la trama

Amanda Seyfried e James Norton sono Catherine e George Claire, una coppia di New York che si trasferisce a metà degli anni ’80 con la loro giovane figlia Franny (Ana Sophia Heger) in una una vecchia fattoria nella Hudson Valley. George ha recentemente ottenuto una proposta di lavoro allettante da parte di un college di arti liberali, grazie alla sua dissertazione sui pittori della Hudson River School. Catherine lascia la sua carriera di restauratrice d’arte per seguirlo; lei è fragile, sola e con tanto tempo a disposizione nella nuova dimora, oltretutto ostacolata da un disturbo alimentare, il che rende George ancora più indifferente al benessere della moglie quando inizia immediatamente a frequentare la ragazza della stalla locale (Natalia Dyer, alias Nancy di Stranger Things), e ancora più un evidente colpevole delle teatralità psicodrammatiche che infangano il resto della trama.

Un miscuglio di cliché del genere ai limiti del prevedibile

La storia si mischia poi all’opera del teologo e filosofo svedese Emanuel Swedenborg (Heaven And Its Wonders And Hell From Things Heard And Seen); attinge al misticismo del XVIII secolo, ai paesaggi del XIX secolo e appunto al romanzo moderno di Elizabeth Brundage. L’apparenza delle cose cerca di mescolare la storia di una casa stregata con un mistero di omicidio, incursioni in relazioni tossiche, abuso emotivo, sedute spiritiche e dedica la maggior parte del suo tempo a costruire una storia di fantasmi piuttosto sbiadita partendo da un dramma relazionale del tutto convenzionale.

Diretto da Shari Springer Berman e Robert Pulcini – la coppia di registi che ha iniziato con il classico indie degli anni ’50 American Splendor prima di provare ogni altro genere in corso – L’apparenza delle cose sembra un’opportunità persa. La vera nota di merito è la fotografia di Larry Smith, lo stesso direttore della fotografia che ha incorniciato Only God Forgives e Eyes Wide Shut.

Fantasmi, sedie, libri e mobili ronzanti: L’apparenza delle cose si sforza di abbracciare quanti più clichè possibili dell’horror. Il crescendo tensivo prende forma troppo velocemente, la suspense è rilasciata troppo presto, regalandoci una storia di fantasmi, segreti inconfessabili e crepe interne a una coppia, che però non cattura mai. La pellicola fa leva su una intricata storia di omicidio e un dramma relazionale sulla mascolinità tossica e la sfiducia; non è mai del tutto chiara la funzione degli elementi horror, che accumulano sviolinate superflue all’interno di una sceneggiatura piuttosto debole. Poco dopo il loro arrivo, Catherine inizia a sentire e vedere cose. Una vecchia Bibbia appare su uno scaffale. Il pianoforte inizia a suonare da solo. La luce notturna di Franny si comporta in modo strano e una donna spettrale si nasconde nell’ombra della sua stanza. C’è anche l’odore dei gas di scarico delle auto nel cuore della notte.

La casa, si scopre, era stata precedentemente teatro di infelicità coniugale e possibile omicidio, sia nell’Ottocento che più recentemente. Mentre George si rivela un imbroglione, un benzinaio e un sociopatico a tutto tondo, anche Catherine inizia a manifestare segnali di un disagio incontrollabile, le cui motivazioni dovrebbero essere più interessanti di quello che appaiono. Come dovrebbe esserlo l’ambientazione della città universitaria, che è un alveare di segreti mal tenuti e lussuria appena controllata, con una popolazione che include alcuni attori caratteristici molto raffinati (Rhea Seehorn, James Urbaniak e Karen Allen oltre ad Abraham). Ci sono anche due bersagli attraenti per gli occhi vagabondi di Claires: Alex Neustaedter, come un tuttofare robusto, e Natalia Dyer, come uno studente della Cornell che si prende un periodo di aspettativa per addestrare i cavalli.

L'apparenza delle cose