light-of-my-life-recensione

Si apre con una favola della buonanotte il film Light of My Light, scritto, diretto e interpretato dal premio Oscar Casey Affleck. Una favola raccontata ancor prima che venga svelato il contesto in cui ci troviamo e chi siano i due protagonisti che vediamo sullo schermo. All’interno di questo racconto, apparentemente banale, che un padre fa al figlio, si racchiude il senso del film. E ben presto scopriamo che quel figlio è in realtà una figlia, forse l’ultima femmina rimasta sulla terra.

Presentato nella sezione “Panorama Internazionale” di Alice nella Città, durante la Festa del Cinema di Roma, il film è l’esordio alla regia di un film di fiction dell’attore. Già autore del mockumentary Joaquin Phoenix – Io sono qui!, Affleck stavolta si confronta con una storia dal sapore intimo, ambientata nella cupa atmosfera di un mondo post-pandemico, dove una pestilenza ha sterminato in maniera quasi totale il genere femminile. Un padre (Casey Affleck) e una figlia di nome Rag (Anna Pniowsky) cercano allora di sopravvivere nascondendosi nei boschi, lontano dagli uomini divenuti ormai esseri pericolosi. Proteggere sua figlia da questo contesto è l’unico obiettivo dell’amorevole papà.

Light of My Life, un film sul delicato rapporto tra padre e figlia

Le prime inquadrature, fisse, del film si protraggono per diversi minuti, dilatando un tempo che viene completamente riempito dalla parola e dalla presenza dei due attori protagonisti. Attraverso questa scelta stilistica Affleck sembra anticipare la sua intenzione di non realizzare un classico survival movie, bensì un film che sfrutta la sua ambientazione come un pretesto per raccontare una storia intima come quella del rapporto tra un padre e sua figlia. Ognuna delle peripezie vissute dai due appaiono infatti come dei processi di crescita, che portano a maturare il loro rapporto all’interno della narrazione.

Non ci si imbatte dunque in sequenze d’azione o in momenti particolarmente incisivi, bensì nel solidificarsi di un rapporto in un suo delicato momento di passaggio. Dai tentativi del padre di intrattenere la figlia fino ai primi discorsi sul sesso e sulle mestruazioni, si esplora in modo spontaneo, e di conseguenza impacciato, la natura di questo legame, che all’occorrenza può tingersi anche di sangue. Nei momenti di maggior crisi, infatti, il padre protagonista non esiterà a passare dalla tenerezza alla violenza, dimostrando un innato istinto di protezione nei confronti della propria bambina.

Ed è proprio nel momento in cui entra in gioco la lotta per la sopravvivenza che Affleck rivolta il punto di vista adottato fino ad ora dal film. Richiamando la favola raccontata ad inizio film, dove originariamente il protagonista era un personaggio femminile poi posto in secondo piano da uno maschile, ci si rende conto che Light of My Life non è la storia di un padre che protegge la figlia, bensì della figlia che diventa grande a tal punto da diventare in grado di prendersi cura del proprio padre. Un risvolto emozionante, che trova nello sguardo duro e amorevole della giovane Anna Pniowsky la sua miglior conclusione.

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 Una metafora sul ruolo della donna

La sceneggiatura scritta da Affleck si dimostra più elaborata di quello che potrebbe apparire. La messa in scena fatta di tempi distesi e riflessivi non deve infatti ingannare. Se da una parte si tende a costruire il già citato rapporto tra padre e figlia, dall’altro emerge inaspettatamente una riflessione sul ruolo della donna. Sempre racchiusa nella favola raccontata ad inizio film, vi è infatti l’usurpazione da parte dell’uomo di una storia originariamente pensata per una donna. Affleck sembra sottolineare, attraverso questa metafora, di come la predominanza dell’uomo sia ormai divenuta pericolosamente tossica. Non è dunque un caso il contesto del film, dove il genere femminile è completamente scomparso o esistente solo nel fuori campo dell’inquadratura.

Potrebbe sembrare un discorso buonista, ma la bravura di Affleck sta nel non ostentarlo. Questo raggiunge lo spettatore in modo indiretto, sulla base di riflessioni riguardanti la natura del film e la sua costruzione. Un film non privo delle classiche tappe del genere, che rischiano di rendere ripetitiva e appesantita la narrazione, ma che riesce a dar vita ad una propria originalità. Come già evidenziato, non è ciò che accade in torno ai personaggi ciò che realmente conta, quanto ciò che accade dentro di loro e tra di loro.