Il numero dieci verde stampato su quelle spalle un po’ curve vestite di giallo, il controllo di petto, i salti in cielo per colpire la palla di testa, le rovesciate magnifiche e quel modo di esultare esplosivo, gioioso, vitale. E poi l’ascesa dalla miseria al successo, l’attaccamento alle proprie origini, la fragilità, le lacrime, la voglia di riscatto, le corse a piedi nudi per le favela, i palloni di stracci improvvisati, il sorriso nonostante tutto. Sono i flash di una storia leggendaria e reale allo stesso tempo, la storia di un nome che è diventato sinonimo per eccellenza del gioco del calcio, la storia di una divinità in terra: la storia di Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelè.

È sempre difficile parlare di una figura talmente grande, figuriamoci farci un film. Eppure Pelè, diretto dai fratelli Jeff e Michael Zimbalist, tocca le corde giuste mostrando l’incredibile vicenda di un bimbo talmente povero da non potersi permettere un paio di scarpe che è riuscito a diventare il più grande calciatore di tutti i tempi. I toni non scadono (quasi) mai nel celebrativo, quanto piuttosto nel meccanismo dell’immedesimazione. Ciò che viene celebrato è un calcio che non c’è più, troppo diverso da quello a cui siamo abituati noi europei: un calcio fatto di divertimento, scorrerie, giocolieri, acrobazie, colpi d’istinto e “ginga”. Quest’ultima è una parola importante, perché indica un concetto importante. Pelé 2016 filmLa “ginga” è il passo alla base dell’arte marziale “capoeria”, un  movimento che traccia un triangolo con le gambe e con le braccia che si muovono sempre a difendere il volto. Ma è anche il movimento dell’anima di un intero popolo, è arte ed espressione, è ritmo, è il Brasile. La macchina da presa sembra muoversi seguendo questo ritmo, indugiando troppo in alcuni punti con effetti slow motion che non rendono giustizia alla poesia del discorso del film.

Il Pelè interpretato dal giovanissimo Kevin de Paula si è reso protagonista di una prova d’attore notevole al suo debutto assoluto sul grande schermo e, più in generale, nel mondo della recitazione. La scelta di de Paula, che interpreta il Pelè tra i 15 e i 17 anni e del piccolo Leonardo Lima Carvalho (il Pelè bambino) si è rivelata felice e decisamente fortunata. Ma è tutto il cast a brillare, capace di regalare al pubblico personaggi ben caratterizzati e con background avvincenti. Un merito che va ovviamente condiviso con i fratelli Zimbalist, autori anche della sceneggiatura. Da Diego Boneta, interprete di un José Altafini, a Vincent D’Onofrio, volto del celebre allenatore Vicente Feola.

Con il suo modo di giocare a calcio “non europeo” e il suo carattere, Pelé riesce a far innamorare il mondo e a raggiungere le vette più alte dello sport. Diventando prestissimo il più grande di tutti i tempi. Una fiaba, semplicemente una fiaba. Ed è tutto vero.