rambo: last blood recensione
Sylvester Stallone stars as ‘John Rambo’ in Rambo V Last Blood. Photo credit: Yana Blajeva.

Trentasette anni dopo aver messo a ferro e fuoco la cittadina di Hope, nello stato di Washington, John Rambo è pronto per imbracciare nuovamente le armi e dar vita ad una nuova guerra. Questa, come noto, non lo ha mai abbandonato, perseguitandolo in ogni fase della sua vita, e così avviene anche in Rambo: Last Blood. Il film è il quinto capitolo della saga che, insieme a Rocky, ha reso celebre Sylvester Stallone, ed è diretto dal regista Adrian Grunberg. L’attore riprende qui i panni del reduce del Vietnam più famoso del cinema, e firma anche la sceneggiatura di un capitolo perfettamente al passo con i suoi tempi.

 

Ritiratosi a vita privata per occuparsi esclusivamente del suo ranch, Rambo verrà infatti richiamato alla battaglia nel momento in cui la sua nipote acquisita, Gabriela, viene rapita da un gruppo di criminali messicani e costretta a vivere in un giro di droga e prostituzione. Rambo attraverserà così senza paura il confine, disposto a compiere di tutto pur di ritrovare colei che negli ultimi anni sembra aver infuso nella sua vita nuova speranza.

Si rende evidente sin dalla sinossi l’attualità del conflitto vigente all’interno di questo nuovo film della serie. D’altronde tutti i film dedicati a Rambo sono sempre stati connotati da forti caratteri politici, che li rendono ben più di semplici film d’azione. Ognuno di questi è perfettamente immerso nel contesto storico in cui viene realizzato, proponendosi come lucido riflesso della società americana. Ecco dunque che se nel 1982 il problema dei reduci affetti da sindrome post-traumatica era ancora all’ordine del giorno, nel 2019 tutti gli occhi sono puntati su quel confine tra Stati Uniti e Messico, delimitato dall’ormai celebre muro che più volte appare nel film in tutta la sua imponenza.

Rambo: Last blood porta infatti in sé tutti i caratteri della politica di Trump, dalla difesa dei confini alla supremazia statunitense, ciò senza diventare un film filo-trumpiano ma rimanendo nella sua natura di documento-testimonianza di una società. Non si può tuttavia negare che nel cercare di far ciò, il film scada in alcuni stereotipi che, date proprio le premesse politiche, rischiano di saltare maggiormente all’occhio. Se tutti, o quasi, i messicani appaiono moralmente discutibili, altrettanto discutibili appaiono in più occasioni gli snodi narrativi del film, che dovrebbero contribuire al conflitto.

Se non risulta brillante da un punto di vista narrativo, il film certamente sa affermarsi come un buon prodotto di genere, grazie a sequenze particolarmente incisive ed un terzo atto atteso per tutto il film che sa esplodere nel modo che si sperava. Stallone non sembra invecchiato di un anno quando, come avveniva nell’originale dell’82, si adopera per costruire trappole e ricercare la sua vendetta. Il film riesce così a far appassionare nuovamente alle sue gesta, per quanto ormai il Vietnam appaia un lontano ricordo evocato solo attraverso alcuni, forzati, riferimenti.

Esplode in una violenza inaudita il film, ai limiti dello splatter, ponendosi probabilmente come summa della violenza del personaggio, e che se forse potrebbe sembrare fuori luogo sa tuttavia essere il coronamento di una vendetta che anche lo spettatore iniziava a nutrire. Moralmente discutibile, dunque, ma ancora esplosivo e in grado di intrattenere all’interno dei canoni prefissati del genere, Rambo: Last Blood, che già nel titolo richiama quel First Blood titolo originale dell’82, si pone infine come ultima celebrazione di uno dei personaggi che ha conquistato il proprio posto nella storia del cinema.

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