Tutto tutto, niente niente recensione

Arriva al cinema distribuito da 01 Distribution Tutto tutto niente niente la commedia diretta da Giulio Manfredonia, con protagonisti Antonio Albanese e Paolo Villaggio.

 
 

In Tutto tutto, niente niente Cetto si moltiplica, e stavolta nella vita politica italiana entrano altri due personaggi, con la stessa anima deviata del fantapolitico calabrese: Olfo, interessato soltanto alla secessione del Veneto dall’Italia e all’annessione del suo paese all’Austria e Frengo, la cui ambizione, o meglio, quella della madre, è quella di diventare beato da vivo. Poi c’è Cetto, che abbiamo conosciuto nel precedente film e che in questo non si occuperà di politica ma piuttosto della sua crisi sessuale, due fattori che sembrano andare di pari passo nel nostro paese. A coordinare tutti e tre c’è la figura eccentrica del Sottosegretario, che interpreta le decisioni mute del Presidente del consiglio incarnato da Paolo Villaggio.

In Effetto notte Truffaut attraverso il suo personaggio di regista diceva che bastava leggere i giornali per avere delle storie per il cinema. Antonio Albanese, non si sa se per intuito o per semplice fortuna, sembra precedere gli avvenimenti di cronaca con i suoi film. L’anno scorso, e l’ideazione prima di Cetto LaQualunque, politico poco interessato alla cosa pubblica ma molto alla propria e definitivamente attratto dalle grazie femminili, era ben precedente agli scandali di sesso e politica, di festini e deputate sexy che invece hanno imperversato nei telegiornali l’anno scorso.

Quest’anno, il comico amplia la zona di attacco. Oltre alla faccia conosciuta di Frengo, alla fine il più cristallino e simpatico dei tre personaggi interpretati da Albanese e ben “compositati” nell’inquadratura, appare Olfo, un leghista duro e puro, con in mente solo l’odio non ben definito per i “neri” e la secessione. Ogni personaggio porta con sé, e porta agli eccessi, un malcostume della politica attuale italiana, ma le figure sono anche utilizzate per portare dei messaggi condivisibili, ad esempio riguardanti alcune ingerenze della chiesa nei confronti della politica del paese. I “vizi capitali” messi in scena sono l’accidia di Cetto, l’oltranzismo cattolico di Frengo, ma soprattutto di sua madre, il razzismo di Olfo. Ma tutti hanno il loro terreno di coltura a partire dall’ignoranza, che porta Cetto a non capire cosa sia un’escort, addirittura.

IN Tutto tutto, niente niente al di sopra di tutti si erge anche per la costruzione del personaggio, Fabrizio Bentivoglio con il suo sottosegretario, dignitoso e viscido al tempo stesso, con le movenze da star della moda e la parlata melliflua un po’ democristiana. Bentivoglio rappresenta quella parte di politica che non viene vista dal popolo che vota i suoi politici, quella che architetta e che pensa e che è molto lontana dai riflettori dove invece si buttano Cetto, Frengo e Olfo. La politica rappresentata anche con i palazzi che sono una via di mezzo tra ricordi di un ventennio per fortuna passato ma con un aspetto, dato dalla rigidità delle linee del Razionalismo quasi futurista. Il palazzo della politica è all’EUR, il quartiere romano creato da Mussolini per l’esposizione universale del 1942, poi mai avvenuta a causa della guerra, in cui già Elio Petri nel 1965 aveva ambientato alcune scene de La decima vittima, avventura fantascientifica con Mastroianni e la Andress. Sono palazzi nei quali più che la politica si svolgono attività ricreative, interpretando quello che è il pensiero comune sui politici di oggi.

Come dice Albanese stesso parlando del film, trapela l’amore del comico verso il paese e il dolore, o forse il rammarico che tutta questa satira sia così tanto vicina alla realtà.