Sonita aI suoi genitori ideali sono Michael Jackson e Rihanna. Il suo obiettivo è diventare una rapper riuscendo a vivere con la sua musica. Il sogno di Sonita Alizadeh non è un traguardo facile da raggiungere, ma è l’unica strada percorribile per fuggire da una situazione inaccettabile. In Sonita, vincitore del premio Hera Nuovi talenti del Biografilm Festival di Bologna, ma anche di importanti riconoscimenti al Sundance 2016 e all’International Documentary Filmfestival di Amsterdam, la regista iraniana Rokhsareh Ghaem Maghami racconta la determinazione di una giovane teenager afghana che vive da rifugiata a Teheran con parte della famiglia.

Per tre anni la camera di Rokhsareh segue da vicino la sua protagonista. All’inizio vediamo Sonita frequentare il centro di una Ong dedicato all’infanzia dove lavora e soprattutto dove impara ad affrontare le ferite e i traumi della guerra e della fuga dalla provincia di Herat. Sonita riempie i quaderni con le sue aspirazioni e si esibisce di fronte alle altre ragazzine del centro, infondendo nei testi rap il dolore del suo vissuto e l’esortazione a ribellarsi a un sistema culturale e sociale fortemente conservatore che ancora avalla e permette l’odiosa tradizione delle spose bambine.

Questa realtà piomba addosso a Sonita come un macigno quando la madre giunge a Teheran dall’Afghanistan per riportarla a casa e darla in sposa in cambio di 9mila dollari, necessari al fratello per poter a sua volta organizzare il matrimonio con la futura consorte. Per la giovane, che tentava nel frattempo di registrare le sue canzoni, sembra essere la fine di tutti i sogni. SonitaPer la regista si apre un interrogativo etico e insieme professionale: intervenire attivamente nella vita di Sonita per aiutarla, rinunciando all’autenticità del film o restare testimone neutrale dei fatti?

La decisione è controversa, ma Rokhsareh acconsente a pagare 2mila dollari per dare a Sonita ancora 6 mesi di tempo. Il video diffuso su YouTube della canzone Brides for Sale, dove la giovane ha disegnato un codice a barre sulla fronte, è vestita da sposa ed esibisce lividi e ferite, rende Sonita un simbolo, un megafono con cui dare voce alle rivendicazioni di generazioni di donne e bambine condannate al silenzio e alla sottomissione. Il sogno diventa allora un orizzonte concreto, quando si aprono le porte della Wasatch Academy in Utah, negli Stati Uniti, che le accorda una borsa di studio in virtù del suo talento musicale.

Più emblematico e potente di qualsiasi saggio o reportage sull’emancipazione femminile, Sonita ha il merito di portare avanti la riflessione sulla natura del documentario oggi, sui limiti e sulle opportunità del coinvolgimento del filmmaker nella storia che sta raccontando, valicando la mera osservazione della realtà.