Nel 1915 The Birth of a Nation di David Wark Griffith celebrava l’origine degli Stati Uniti. Dopo 101 anni, Nate Parker realizza un film con lo stesso titolo, che questa volta non inneggia ma colpevolizza, che guarda in macchina e racconta una pagina sanguinosa ed eroica della storia americana. Con il suo The Birth of a Nation, Parker, attore alla sua opera prima dietro la macchina da presa che scrive, dirige, recita e celebra un eroe rivoluzionario, lo schiavo Nathaniel Turner, che nel 1931, nella Contea di Southampton in Virginia, guidò una rivolta di schiavi che durò 48 ore e venne affogata nel sangue. Uno Spartaco del XX secolo che in pochi ricordano ma che la pellicola, presentata già in trionfo al Sundance 2016, racconta nei suoi antefatti e nel suo breve e furente svolgimento.

Nate Parker comincia il suo racconto come una fiaba oscura e onirica, in cui uno sciamano profetizza al piccolo Nat un futuro di saggezza e grandezza per il suo popolo. Nat è un bambino intelligente e sensibile, da sempre amico (nei limiti del possibile in un contesto del genere) del padroncino Sam e benvoluto da sua madre, la Signora Turner, grazie alla quale impara le sacre scritture e la parola di quel Dio che tanto ama. La sua fede, la sua intelligenza, lo portano a essere uno schiavo in qualche modo privilegiato, che gode del favore del padrone pur rimanendo sempre un oggetto di suo proprietà. Ma il senso di appartenenza e l’innegabile brutalità e ingiustizia a cui sono sottoposti i neri svegliano in lui il furore biblico di vendetta e giustizia. Nat diventa il leader, il braccio armato di una folle rivolta di appena due giorni. Giorni di sangue e di polvere, ma anche di libertà e di vita.

Aja Naomi King - The Birth of a Nation

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Alla sua prima regia, Parker dimostra un occhio allenato alla composizione del quadro, spesso invaso dalla luce del sole che filtra attraverso alberi o assi di legno, una luce che tenta di raggiungere l’oscurità degli animi narrati e che si diffonde attraverso la nebbia delle albe di lavoro, i campi di cotone, i cortili delle case padronali, quasi a rappresentare una divina presenza sempre invocata e ricercata ma apparentemente inesistente o almeno indifferente alle vicende umane. Grazie alla preziosa e invadente colonna sonora di Henry Jackman, The Birth of a Nation si lascia andare a sequenze liriche e potenti, momenti di grande impatto emotivo che ricordano i grandi classici del cinema hollywoodiano, come Braveheart o Il Gladiatore, con in più del peso della Storia che non fa sconti a nessuno.

E lo stesso sguardo del narratore è anche quello iniettato di sangue, che dice addio all’ultimo alito di vita e che si rivolge alla macchina, è uno sguardo d’accusa all’umanità, allo spettatore che guarda nella sicurezza della sua poltrona, al senso di appartenenza alla razza umana che dovrebbe spingerci alla compassione. Per non ripere la Storia.